Salviamo il Museo Campano di Capua!

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“ Capua vi balza incontro con le cupole delle sue chiese, con la cerchia dei suoi bastioni, con il suo fossato verde, con la curva ampia e solenne del suo gran fiume.
Il Museo racchiude la più preziosa testimonianza dell’arte e della religione campana, la divinità italica della fecondità e della maternità, la Mater Matuta.”
Amedeo Maiuri, Passeggiate Campane

 

 

 

Da Roma ad “altera Roma”, con la giusta dose di fantasia, il passo è breve: siamo in piena Campania Felix, lungo la piana delimitata naturalmente dal fiume Volturno e dal monte Tifata; così poco distante dalla Magna Grecia, dalle città etrusche e dal Sannio da subirne gli influssi (e il dominio), nei territori di quella che fu una delle più importanti rivali della “Città Eterna”; Capua antica, l’attuale Santa Maria Capua Vetere.

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Differentemente da Roma, nei discendenti di quello che fu il “Senatus Popolusque Capuanus” c’è meno orgoglio e attenzione alla propria, invidiabile, storia: in pochi altri luoghi della nostra penisola c’è stata una tale commistione di popoli e culture come in Capua Vetere e Casilinum, il suo approdo fluviale.

Sarà proprio quest’ultimo che, dopo l’assedio di Capua antica dell’ 841 d.C. da parte dei Saraceni, assoldati dal principe longobardo Radelchi I, durante le lotte per la successione al ducato di Benevento, ospiterà in pianta stabile la “Nuova Capua”.

Il cuore era lo stesso, si era solo spostato di qualche chilometro.  

 

il caratteristico portale tricuspidato di Palazzo Antignano

Il caratteristico portale tricuspidato di Palazzo Antignano


I Capuani costruiscono la nuova città letteralmente “dai pezzi” di quell’antica, basti camminare nel centro storico per avere una chiara idea del concetto di reimpiego: rocchi di colonne, soglie reincorporate agli usci dei larghi portoni di palazzi, stele funerarie, fino alle protomi di divinità, sette per la precisione, già chiavi d’arco dell’Anfiteatro Campano, che abbelliscono la facciata del Palazzo del Municipio presso Piazza dei Giudici.

 

 

Camminando attraverso questo scrigno di antichità a cielo aperto si giunge in via Roma. Al numero 68 c’è l’antico Palazzo Antignano con il suo portale del XV secolo di tipo catalano, decorato con un inedito disegno tricuspidato; lo scenario giusto per il Museo più importante della provincia di Caserta.

 

 

 

 

La gestione del Museo affidata alla Provincia

 

Peccato che la Provincia, sia in quanto popolazione appartenente alla stessa estensione territoriale, sia in quanto ente amministrativo, sia poco riconoscente al prezioso valore contenuto in esso.

 

Il Museo, di proprietà dell’ Amministrazione Provinciale, sta vivendo uno dei momenti più bui della sua storia (bombardamenti del 1943 esclusi), dall’apertura del 1874.

Non appartenendo direttamente al Mibact, questo museo vive con la Provincia stessa ogni sua crisi economica a danno della fruibilità al pubblico, la vera ragion d’essere di ogni ente museale che si rispetti.

È quasi impensabile che, ad esempio, di sabato mattina per la custodia di più di trenta sale ci siano solo due addetti alla vigilanza, dipendenti provinciali a tutti gli effetti, soggetti ai notevoli tagli di budget degli ultimi tempi.

 

Fa rabbia e amarezza sentir parlare addirittura di chiusura, tanto da mobilitare associazioni e singoli cittadini in azioni pacifiche e simboliche come la petizione on line su change.org  e il presidio e catena umana avutasi il giorno 2 giugno, all’ hashtag #salviamoilmuseocampano , che ha riscosso un discreto successo sui social networks.

 

link petizione: http://bit.ly/2rqCWND

 

momento conclusivo della manifestazione #salviamoilmuseocampano , Capua 2 Giugno 2017

Momento conclusivo della manifestazione #salviamoilmuseocampano , Capua 2 Giugno 2017

 

 
Uno sguardo all’interno del museo: la sezione archeologica

 

Il Museo si presenta suddiviso in tre sezioni: archeologica, medievale e moderna con un’importante biblioteca, per un totale di trentadue sale di esposizione, venti di deposito, tre cortili e un giardino.

 

Appena entrati, a guidare il visitatore in questo lungo tuffo nella memoria c’è la collezione archeologica: nel cortile, dalle stele funerarie, lastre tombali verticali a forma di edicola con frontone e scene allusive alla vita e alle occupazioni del defunto, la grandiosa chiave d’arco dell’Anfiteatro Campano attribuita al dio Volturno, alla sala del “Lapidario Mommsen”, che accoglie la più ricca raccolta di epigrafi dell’agro campano dopo quella di Napoli, catalogate dallo studioso tedesco Teodor Mommsen nel CIL, il Corpus inscriptionum latinarum.

 

Cortile centrale con stele funerarie e protome del dio Volturno

Cortile centrale con stele funerarie e protome del dio Volturno

 

Al pian terreno si prosegue nelle sale che ospitano l’allestimento più famoso del Museo: la collezione delle Madri, le celebri Matres Matutae, sculture in tufo raffiguranti donne sedute con due o più bambini in fasce tra le braccia. Ex voto, donati in maniera propiziatoria o come ringraziamento alla dea tutelare del santuario extraurbano dedicato alla maternità e fecondità in località “Petrara”, presso il fondo Patturelli, poco distante l’ingresso di Capua antica.

Il Santuario dal 1845 è stato sottoposto a scavi, clandestini dapprima, poi sistematici e ordinati successivamente, dando la luce non solo agli ex voto muliebri in tufo, ma anche ai resti di un grande altare, a numerosissimi fregi architettonici e iscrizioni in lingua osca. 

 

Le Madri di Capua, prodotte in continuità dal VI al I sec a.C., costituiscono un documento raro sulla scultura pre-imperiale in Campania, dandoci un’idea più precisa dell’unità artistica dell’Italia antica dai caratteri di realismo popolare, essendo statue dai tratti sommari senza eleganza nelle forme.

 

 

 

 

 

Mosaico del coro sacro del tempio di Diana Tifatina

Mosaico del coro sacro del tempio di Diana Tifatina

La collezione archeologica prosegue al primo piano con il “salone dei mosaici”, che ospita su tutti il mosaico policromo raffigurante un coro sacro, pannello decorativo del tempio dedicato a Diana Tifatina poco distante da Capua, le sale con le collezioni delle terrecotte architettoniche e quelle votive, testimonianza delle attività religiose dei popoli campani dell’antichità, utilizzate come offerte dai fedeli o deposte nelle tombe come corredo funerario.

 

Passando per una ricca e completa collezione numismatica esposta in ordine cronologico, dalle monete delle colonie della Magna Grecia del VI sec a.C. ai denari di argento della Roma repubblicana; dalle monete longobarde a quelle in argento del Regno delle Due Sicilie, si accede al secondo piano.

 

Al secondo piano si conclude la sezione archeologica con le sale destinate alle produzioni vascolari: vasi protostorici della civiltà del ferro, vasi etruschi in bucchero del VI sec a. C. , vasi corinzi e attici del V sec a. C., vasi italioti e campani del III e II sec a.C. , disposti in vetrina e raggruppati secondo le diverse caratteristiche di stile. 

 

Accompagna questa collezione vascolare quella dei bronzi: sia ornamentali fibule, anelli, bracciali; sia di uso comune come chiavi e utensili e i bronzi figurati, per la maggior parte statuette di arte campana del III sec a. C..

 

 

 

La sezione medievale e moderna

 

Ritornando al primo piano si entra nella sezione medievale e moderna, che testimonia l’importanza della città di Capua dal periodo longobardo al XVIII sec.

Degno di nota è la sala federiciana, la XXVI, con i resti dell’Arco di Trionfo con le due Torri presso l’ingresso della città di Capua, costruito come porta da Federico II tra il 1234 e il 1239 e decorata da colonne, capitelli, sculture e rilievi raffiguranti l’imperatore Federico II in trono a cui piedi giace una testa di donna, allegoria di Capua fidelis, e ai lati i busti di uomini illustri come Pier delle Vigne e Taddeo da Sessa. Di stile romanico, mantenute in situ fino al 1557 e poi sistemate prima in un’edicola e poi, con la fondazione del museo, nei suoi depositi fino all’allestimento delle sale medioevali del 1953.

 

La visita prosegue con la sala delle sculture rinascimentali che ospita una collezione di scultori napoletani del XVI secolo e la quadreria, collezione di polittici religiosi e quadri che abbracciano un arco temporale dal XIII al XVIII secolo, fino ai ritratti di famiglia dei Borbone e dei Savoia.

 

Dulcis in fundo la biblioteca: la più importante della provincia di Caserta e una delle più rilevanti del Sud Italia, composta da quattro sale: quella di consultazione, la sala generale, l’emeroteca e l’archivio storico capuano, che ospita gli atti pubblici dalla fine del XV a quella del XIX secolo.

 

 

 

Salviamo il Museo Campano di Capua!

 

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Per questo, per tutto ciò che il Museo Campano ospita, per l’emozione che vi si prova attraversando le sale e respirando la storia di una terra tanto ricca quanto poco cosciente della propria bellezza, sarebbe un vero peccato se il Museo dovesse subire ulteriori tagli che ne pregiudicherebbero l’apertura.

 

Una terra senza cura per la propria storia è una come una casa senza fondamenta, prima o poi è destinata a crollare. E la terra di Capua, la mia terra, ha subito tante ingiustizie ma non può e non deve crollare così.

 

 

Articolo di Benedetta De Rosa

 

 

Per ulteriori informazioni visita il sito ufficiale del Museo Campano di Capua: http://www.museocampano.it/

 

 

Benedetta De Rosa

Benedetta De Rosa. Dalla provincia di Caserta, amo Alberto Angela alla follia, mi sto per laureare in Archeologia ma non chiedetemi cosa farò da grande perché non ne ho ancora idea. Attribuisco all’associazionismo tutti i mali del mondo eppure non riesco a non interessarmi alle realtà che resistono sul mio territorio per cui faccio volontariato praticamente da sempre. Penso di essere autoironica e sarcastica, lasciatemelo fare.

 

 

 

 

 

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