NOI SIAMO QUELLO CHE MANGIAVANO I NOSTRI ANTENATI: PALEODIETA PREISTORICA vs PALEODIETA MODERNA.

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La ricerca del cibo è sempre stata una delle preoccupazioni primarie di ogni essere vivente sin dall’alba dei tempi: l’uomo è passato dalla scarnificazione di carcasse di animali morti, alla caccia vera e propria di animali selvatici, alla raccolta casuale di erbe commestibili sino all’allevamento del bestiame e alla coltivazione di cereali addomesticati. Negli ultimi tempi è in voga una moda relativa alle abitudini alimentari del passato: la paleodieta. Termine che ben poco ha a che fare con la scienza che ricostruisce la dieta dei nostri antenati. La paleodieta moderna si propone di imitare la dieta dei nostri progenitori paleolitici, abbandonando latticini, legumi e consumando soprattutto carne, bacche e noci. Un pregio di questa dieta è che sono eliminati molti cibi malsani, ma nella sua versione integralista è vista come un pericolo dai nutrizionisti, poiché non vengono assunte le giuste proteine e vitamine e perché non si tiene conto dell’attività fisica che contribuiva ai nostri antenati di essere al riparo da malattie cardiovascolari e dal diabete. Gli esponenti di questo pensiero affermano che il nostro corpo non abbia avuto il tempo di adattarsi al consumo dei prodotti coltivati, vi è quindi la convinzione di vivere nell’era dei fast food ma con un corpo intrappolato nell’età della pietra. paleodieta_p2-900x678 È davvero così? Sul serio nel nostro genoma non c’è stato alcun cambiamento? Un semplice esempio ci toglie ogni dubbio: la mutazione genetica è evidente nella digeribilità del latte da parte degli adulti, che gli consente la codifica dell’enzima lattasi, rendendo tolleranti al lattosio ed essa si è verificata solo con lo sviluppo dell’allevamento. Molteplici sono i mutamenti avvenuti nei nostri antenati. A partire dall’Homo habilis si introduce nel regime alimentare, insieme a frutta e foglie, la carne, che veniva ottenuta tramite la scarnificazione di carcasse di animali. Un conseguente mutamento si ravvisa in Homo ergaster: la lunghezza dell’intestino si riduce (evidente dalla presenza del torace a imbuto) proprio perché la carne è dotata di molti nutrienti ed è di facile digeribilità; intestini molto lunghi servono, infatti, a estrarre nutrienti da cibi ricchi di fibra. Nel corso dell’evoluzione umana aumenta anche la grandezza del cervello. Un cervello più grande richiede, però, un’alimentazione migliore e maggiori livelli energetici, che comportano una modifica a livello intestinale: un’ulteriore riduzione del tubo digerente. La facilità della digestione è strettamente connessa alla scoperta del fuoco: tramite tritatura e cottura, infatti, l’amido dei cereali diventa subito digeribile. Insomma i nostri antenati divennero ben presto onnivori, è ovvio che per i prodotti secondari bisognerà aspettare la Rivoluzione Neolitica: è necessario tener presente che prima di essa il consumo di carne era molto sporadico e gli uomini incentravano la loro alimentazione sui cereali selvatici. In conclusione l’idea che la nostra evoluzione e il nostro corpo siano rimasti fermi al Paleolitico è assolutamente falsa. Nel corso di questo vastissimo arco di tempo, il nostro corpo è mutato, adattandosi alle esigenze di nuovi habitat e nuovi tipi di cibo, il DNA ha subito dei mutamenti per rendere migliore la sopravvivenza umana. La rivisitazione della paleodieta in chiave moderna è in larga parte frutto della consapevolezza degli eccessi prodotti da una società prettamente consumista, ma se vogliamo farci del bene attraverso quello che assumiamo, possiamo limitarci a scegliere con cura quello che mangiamo, preferendo un’alimentazione sana e variegata, senza doverci arroccare su ingenue credenze e mode passeggere.

piramide Articolo a cura di: Francesca Cortese

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