I Patrimoni trafugati dell’Isis dalla Mezzaluna Fertile

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La distruzione di opere d’arte e siti archeologici messa in atto dai miliziani dell’ Isis tra Gennaio e Settembre è  davanti agli occhi di tutto il mondo. Sono stati perpetrati continui stupri al patrimonio culturale di paesi come Siria, Iraq, Libia e Libano, che ci offrono un tessuto storico inestimabile capace di legarli in un’ identità comune.

Dal 21 maggio lo Stato Islamico ha occupato il sito greco-romano di Palmira, patrimonio UNESCO, e da quel momento è iniziato il calvario: a luglio Maamoun Abdulkarim denuncia l’abbattimento della statua della dea pre-islamica al-Lat  collocata nel giardino del museo di Palmira; il 18 agosto Khaled al-Assad, direttore per 40 anni del sito archeologico di Palmira, viene decapitato dagli uomini del Califfato in una piazza della città per essere riuscito a nascondere i reperti prima dell’arrivo dei miliziani; tra il 23 ed il 31 agosto vengono diffuse immagini dei templi dedicati  a Baal Shamin e Bel completamente rasi al suolo, uniche testimonianze di convivenza pacifica tra due divinità appartenenti a due pantheon diversi. Notizie della devastazione del sito arrivano fino ad ottobre con l’abbattimento dell’arco di Palmira. La furia cieca del Califfato nei confronti delle testimonianze del passato sembra legata ad un’ideologia, una forma di idolatria legata ad una civiltà esterna, avvertita come diversa dalla propria.  Così avvenne nel 2001 a Bamiyan, in Afghanistan, con la distruzione da parte dei talebani delle statue di Buddha scolpite nella roccia. Nei filmati shock diffusi nei media si intravede un significato propagandistico, ma la questione è più complessa e nasconde una dualità intrinseca: il contrabbando di reperti archeologici. STIME DEL MERCATO NERO Mentre edifici e statue vengono dilaniati sotto il giogo dei miliziani, allo stesso tempo il commercio dei pezzi più redditizi e facili da trasportare finanzia le casse dello Stato Islamico. Dati parziali ci permettono di quantificare almeno in parte l’afflusso di denaro dietro questo fenomeno. Secondo una stima fornita dal l’ US International Trade Commission  tra il 2011 ed il 2013 le importazioni americane di reperti provenienti da Egitto, Iraq, Siria eTurchia sono aumentati dell’ 86 %, da 51, 1 milioni di dollari a 95,1 milioni di dollari. Secondo l’intelligence inglese il traffico dei soli reperti provenienti da al-Nabuk in Siria è stimata a ribasso per  36 miliono di dollari. bcb6000000000000 IL MECCANISMO “A CICLO CONTINUO” DEL CALIFFATO Il direttore dei musei iracheni Qais Hussain Rashid ci racconta “ Non si limitano a rubare, fanno dei danni incalcolabili alle nostre opere d’arte. Prendono solo le parti più preziose e facili da trasportare, dalle decorazioni staccano i rilievi e alle statue prendono solo la testa”.  Allo stesso tempo Mohammed, contrabbandiere ventunenne di Damasco ci dice “(…) i miliziani dell’Isis hanno il controllo del business; rubano dai musei, soprattutto ad Aleppo. So per certo che questi miliziani hanno contatti oltremare con cui si mettono d’accordo in anticipo: in questo modo riescono a mandare la merce all’estero usando i loro contatti internazionali”. La maggiorparte della merce antica, – continua Mohammed – “proviene dalla Siria dell’Est, da Raqqa, tutte aree controllate dallo Stato islamico, che gioca un ruolo attivo nel controllo di questo business”. Secondo l’archeologa franco- libanese Joanne Farchack esiste un sistema ben organizzato secondo il quale prima avviene il saccheggio dei reperti vendibili e poi la diffusione d i filmati relativi alla distruzione dei siti, per poter aumentare il valore economico di ogni pezzo trafugato. Ma non sono i combattenti ad occuparsi della razzia vera e propria, tutto viene delegato a chiunque voglia arricchirsi in cambio del Khums, tassa sugli oggetti recuperati che oscilla dal 20 % nella zona di Aleppo al 50 % in provincia di Raqqa. Gli uomini del Califfato inoltre si avvalgono di intermediari,  i quali favoriscono la vendita dei prodotti che hanno attraversato la frontiera libanese o turca in cambio del 2/5 % sulla merce. Secondo Sam Hardy, archeologo e studioso del traffico illecito d’opere d’arte,  i reperti antichi vengono venduti dagli anonimi mediatori anche online tramite eBay, stabilendo contatti privati con i servizi di messagistica Whatsapp e Skype oppure tramite foto e video dove vengono illustrati i singoli pezzi ed il loro valore. CHI SONO GLI ACQUIRENTI? Case d’asta e musei  negli Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia, Emirati Arabi, Qatar, Giappone, Cina. Un business mondiale che raggiunge i 250 milioni di dollari secondo stime approssimative dell’ UNESCO e con un esiguo numero di passaggi lega i contrabbandieri dello Stato Islamico a gallerie, case d’asta e collezioni. A questo si aggiunge il sospetto che anonimi magnati chiedano su commissione il furto di particolari reperti. L’intervista al giovane Mohammed conferma che i mercanti turchi “vendono i manufatti agli antiquari europei, li chiamano, mandano fotografie… queste persone arrivano dall’Europa, guardano la merce e se la portano via”.   Irina Bokova, direttrice generale dell’UNESCO, in un incontro al Metropolitan Museum di New York ha parlato di un fenomeno di “pulizia culturale” ,che si cela dietro l’aspetto wahabita dell’ideologia del Califfato, cioè la cancellazione di ogni forma di idolatria. In realtà l’aspetto economico domina questa faccenda.Il traffico illecito di opere artistiche finanzia le attività terroristiche dello Stato Islamico: e ’Occidente non è il solo che si fa complice della distruzione della memoria e dell’identità dei luoghi della mezzaluna fertile, culla della civiltà.

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