Una passeggiata a Bisanzio: la Cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli

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Un sontuoso corteo immerso nella rigogliosa campagna toscana attraversata da ruscelli e strade bianche, dove sono presenti animali esotici, caprioli e cervi: così si presenta ai visitatori del Palazzo Medici Riccardi l’affresco della Cavalcata dei Magi, capolavoro di Benozzo Gozzoli (1420-1497), giunto sino a noi dal Quattrocento fiorentino.

La Cavalcata dei Magi è una di quelle opere che si resta ad ammirare per ore, sopraffatti dalla bellezza viva dei colori, dalla solennità della scena, dal senso di grandezza e magnificenza che ancora oggi emerge, come un potente flusso d’energia.

Ma qual è la genesi di questo capolavoro?

Siamo nel 1444, quando Cosimo de’ Medici rifiuta il progetto che l’architetto fiorentino Filippo Brunelleschi (1377-1476) – che oggi chiameremmo archistar! – gli ha presentato: il nuovo palazzo è fin troppo sfarzoso per il signore di Firenze, il quale teme l’invidia degli altri uomini illustri della città e, soprattutto l’ira di Dio, cui deve tutte le sue ricchezze.

È Michelozzo (1396-1472), architetto prediletto del signore di Firenze che ha seguito quest’ultimo anche durante l’esilio a Padova dieci anni prima, a costruire per lui la nuova residenza in Via Larga, l’attuale Via Cavour. Tra il 1458 ed il 1459, a lavori ancora non ultimati, Cosimo decide di trasferirsi nella nuova residenza con la consorte Contessina de’ Bardi, il figlio Piero e la moglie Lucrezia Tornabuoni con i loro cinque figli.

Cosimo e Piero avevano precedentemente incaricato Michelozzo di costruire anche una cappella devozionale al piano nobile e, da amanti delle arti e della bellezza e da grandissimi mecenati quali erano, commissionano a Gozzoli di affrescare questo luogo.

In pieno Umanesimo, ormai sfociato nel Rinascimento, Benozzo inizia gli affreschi nel 1459, per terminarli tre anni dopo, nel 1461, sapendo di dover eccellere per soddisfare i gusti aristocratici dei suoi committenti. Il corteo rappresentato da Benozzo trae ispirazione dall’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423), oggi conservata alla Galleria degli Uffizi, e dal Tabernacolo dei Linaioli che Ghiberti eseguì tra il 1432 e il 1433, sulla cui predella compare un’Adorazione dei Magi di fra’ Beato Angelico, attualmente al monastero di San Marco di Firenze. Forti reminiscenze sono inoltre riconducibili all’Adorazione dei Magi di Domenico Veneziano, tavola eseguita tra il 1439 e il 1441 ed oggi custodita alla Gemäldegalerie di Berlino.

Il corteo si apre con una carovana di cammelli sulle cui groppe spiccano casse coperte con preziosi drappi e si chiude con vari ritratti delle personalità fiorentine e bizantine dell’epoca. Dietro al magio Gaspare sono raffigurati i committenti e tra loro spicca l’autoritratto dello stesso Benozzo: sappiamo che si tratta effettivamente di lui, poiché il berretto rosso che porta sul capo riporta la scritta OPUS BENOTII D, cioè “Opera di Benozzo di Lese”, vero nome dell’artista. Il nomignolo Gozzoli gli sarà dato da Vasari nelle Vite, ma non ci è dato sapere il perché.

La Cavalcata dei Magi è dipinta da Benozzo prendendo spunto, sia dai capolavori di altri artisti, sia da quel corteo bizantino che gli sfilò davanti agli occhi all’età di diciannove anni.

Difatti, nel 1439 si riunì a Firenze una delegazione bizantina il cui intento era quello di chiedere aiuto all’Occidente e alla sua Chiesa, la quale si era staccata da quella Orientale nel 1054 con il Grande Scisma, nella lotta contro i Turchi che da lì a poco, nel 1453, avrebbero conquistato la capitale dell’Impero.

Il corteo era guidato dall’imperatore di Costantinopoli Giovanni VIII Paleologo, che nell’affresco è rappresentato nelle vesti del magio Baldassarre, mentre Melchiorre sarebbe in realtà Giuseppe II, il patriarca dell’Impero Bizantino. A vestire i panni del magio Gaspare è Demetrio Paleologo, il fratello giovane, bello, biondo e riccioluto dell’imperatore bizantino.

Il ritratto del vero Lorenzo de’ Medici è poco più dietro, nel gruppo che segue i committenti dell’affresco: è un fanciullo già segnato dal prognatismo che lo caratterizzerà in età adulta, dallo sguardo serio e proiettato nel futuro che segue, letteralmente, le orme del nonno Cosimo. La partecipazione all’assemblea bizantina fu lo strumento attraverso il quale Cosimo confermò il suo ruolo alla guida alla Signoria, già ribadito nel 1434, l’anno in cui fece ritorno a Firenze sconfiggendo i suoi acerrimi nemici Palla Strozzi e Rinaldo degli Albizzi che lo avevano costretto all’esilio nel 1433.

Questa interessantissima argomentazione, che ho qui esplicato, viene elaborata nel saggio della storica dell’arte e bizantinista Silvia Ronchey L’enigma di Piero: l’ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione di un grande quadro.

Silvia Ronchey non solo ricostruisce il corteo dei delegati bizantini che, puntualmente, è dipinto secondo l’ordine di arrivo a Firenze dei rappresentati d’Oriente, ma sfata soprattutto la lettura tradizionale dell’opera, avvalorata dallo storico dell’arte austriaco Ernst Gombrich tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.

Quest’ultimo, identificava nel magio Gaspare il giovane Lorenzo de’ Medici, decenne all’epoca in cui Benozzo lavora agli affreschi. La nuova lettura della Ronchey mette in chiaro anche la presenza dei ghepardi che mai ci aspetteremmo di vedere nella Firenze del Quattrocento. Gli esotici animali sarebbero un richiamo a Bisanzio, poiché in epoca antica tali felini venivano usati nella caccia. Non ce lo saremmo mai aspettati, vero? Tutti saremmo pronti ad affermare che i ghepardi siano frutto dell’estro dell’artista e allo stesso modo giureremmo che sì, il magio Gaspare sia la personificazione di Lorenzo de’ Medici da bambino.

Tuttavia, l’Arte Rinascimentale è un codice segreto che dev’essere interpretato su più livelli, senza fermarsi alle prime conclusioni o all’apparenza. La bellezza di quest’epoca sta proprio nel suo rimettere in discussione ogni nostra certezza, nel costringerci a guardare oltre, con occhi antichi, cercando in ognuno di noi eco lontane di un tempo che solo apparentemente appare oscuro e distante da noi.

di Annalisa Dominijanni

Autore: Ilda Dinuzzi

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