L’uomo e le droghe. Millenni di (ab)usi e costumi

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L’epoca a noi contemporanea, è stata spesso associata a quella che mediaticamente è consueto chiamare  “piaga della droga”.
Nell’antichità non esisteva il problema morale dell’uso delle droghe, assumerle non era una questione di giusto o sbagliato, rappresentavano una parte fondamentale del rapporto con le divinità, un collegamento con la medicina, una connessione con il proprio corpo.
 

 

Ma che cos’è realmente una droga? 
Papaveri da oppio

Papaveri da oppio

L’informazione mediatica che perviene, a riguardo, lascia trasparire un’accezione totalmente distorta e fuorviante riguardo cosa si intenda effettivamente per droga, limitandosi spesso ad un giudizio riduzionista e semplicistico, più che analitico e completo che è, o dovrebbe essere, la radice di un giudizio inteso come frutto di un argomentazione dialettica fatta di tesi e antitesi.

Per questo è assolutamente importante conoscere prima di giudicare. Molte persone ritengono che queste sostanze siano tutte create in laboratorio o che non ne esistono di legali. In realtà esistono sia droghe naturali che droghe sintetiche.

 Il termine droga deriva probabilmente dall’olandese “droog” (secco), in origine è stato associato a varie sostanze vegetali aromatiche, con carattere di spezie, importate allo stato essiccato e utilizzate comunemente per dare maggiore sapore a bevande e cibo, o, in farmacologia, per sfruttarne i principi attivi a fini terapeutici o sperimentali.

Bisogna ricordare che molte di loro sono utilizzabili per curare numerose malattie, molte anche gravi, e possono fungere da forti analgesici naturali.

 

Pianta di canapa in fiore

Pianta di canapa in fiore

 

 Su circa 800mila specie di piante circa 4mila hanno proprietà psicoattive. Di queste circa 60 sono state usate in modo costante in qualche parte nel mondo. Alcune hanno avuto e hanno ancora un ruolo particolarmente importante: il papavero, la canapa, la coca, il tabacco, il caffè, il tè, il betel e le numerose piante da cui si possono ricavare bevande alcoliche.

 

 

 
 
Ma la vera domanda è: chi sono stati i primi ad averne fatto uso?

È difficile dare una risposta precisa, quel che è certo è che già nel Paleolitico l’uomo era a conoscenza di molte proprietà di queste piante.  Nelle società di cacciatori-raccoglitori la droga è strettamente collegata all’esperienza religiosa, che ancora non aveva dogmi scritti e divinità ben definite.

 In questo caso era utilizzata principalmente come sostanza enteogena (caratterizzata da un marcato effetto psichedelico o allucinogeno, che comporta stati alterati analoghi ad esperienze mistiche) per i riti di visione e di comunicazione con il divino: il peyote (“pane degli dei”) in Messico, la ayahuasca (“liana degli spiriti”) in Amazzonia e in America centrale, l’iboga (“pianta miracolosa” o “albero della conoscenza”) in Africa occidentale, la kawa (“bevanda amara, pungente, aspra”) nel Pacifico del Sud, la cannabis sativa in Oriente.

 Parliamo di cronologie molto alte che vanno oltre i 10mila anni fa. Si hanno resti fossili di semi e capsule di papavero da oppio risalenti al periodo Neolitico e Antica età del Bronzo (4000-5000 anni fa) in contesti di villaggi lacustri e caverne in Svizzera, Spagna, Francia, nei bacini del Po, Reno e Danubio.

 

Lo stretto rapporto di molte culture con queste piante è evidente in un importante ritrovamento avvenuto nella regione cinese dello Xinjiang, riguardante il cimitero di Jiayi, localizzato nel bacino del Turpan e associato alla cultura Subeixi. Sono state scavate 240 tombe, e resti di cannabis sono stati rinvenuti in quattro inumazioni.

 Il ritrovamento più interessante è stato identificato in una specifica tomba, contenente le spoglie di un uomo caucasico di circa 35 anni d’età: sopra al corpo erano state depositate 13 piante femmine (quindi in grado di produrre influorescenze, le quali contengono il principio attivo THC) di canapa, disposte diagonalmente lungo il corpo, con le radici e le parti inferiori delle piante raggruppate insieme e poste sotto il bacino. Le piante erano ramificate e avevano tutte le radici. Dall’analisi al C-14 è risultata una datazione compresa tra 800 e 400 a.C.

 

Sepoltura con le 13 piante

Sepoltura con le 13 piante

 

 

A fare uso di droghe, tra cui l’oppio ad esempio, furono certamente i Sumeri. In alcuni bassorilievi sono infatti rappresentate capsule di papavero da oppio nelle mani di un sacerdote. Nell’antica città sumera di Uruk, sono state rinvenute tavolette d’argilla in scrittura cuneiforme in cui il papavero era definito “pianta della gioia”.

 

Nell’antica Grecia, le droghe non sono più considerate soprannaturali, bensì, sostanze che possono essere controllate e soprattutto dosate a proprio piacimento a seconda dell’effetto desiderato. L’usanza di assumere sostanze psicoattive a fini cerimoniali continua anche presso i Greci: oltre a vini e birre, gli antichi ellenici facevano uso anche di canapa, oppio e altre sostanze solanacee (giusquiamo, belladonna, mandragola) con suffumigi e incensi. Famose sono le esperienze extracorporee legate ai Misteri Eleusini (riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi), caratterizzate da una sovraeccitazione sensoriale data anche dal consumo della bevanda psicotropa chiamata kykeon, che conteneva un estratto del fungo ergot, sostanza usata anche nella produzione di LSD.

 

L’oppio pare fosse la sostanza più usata dai Romani e dai loro imperatori. Marco Aurelio, ad esempio, per molti anni assunse quotidianamente oppio sotto forma di theriaka, una preparazione prescrittagli da Galeno, suo medico personale. Sia il commercio della canapa che quello dell’oppio erano regolamentati e costituivano una buona fetta delle entrate dell’impero.

 

Con l’avvento del cristianesimo si assiste a un cambiamento dell’atteggiamento nei confronti delle sostanze psicotrope. Furono associate al “male” e al “peccato” e condannate. Lutero e Calvino predicavano la temperanza poiché lo smodato uso di alcool creava preoccupazione. Si arrivò a condannare al rogo chiunque trasgredisse.

 

Dopo la scoperta dell’America, in Europa sbarcarono tabacco e coca. Più o meno nello stesso periodo, l’India decise nel 1526 di creare un monopolio della coltivazione del papavero, della raccolta del suo lattice, della produzione e della vendita, poiché il consumo di oppio creava un rendiconto economico non indifferente.

 

 

Sciamano peruviano durante un rito con foglie di coca

Sciamano peruviano durante un rito con foglie di coca

Il vero problema che si riscontra con il passare dei secoli riguarda la loro incredibile diffusione negli strati sociali più poveri, che compongono come sempre nella storia la maggior parte della popolazione. La facile accessibilità naturale a molte di esse e la capacità non solo di alterare le condizioni fisiche ma anche di permettere a persone disperate di evadere, anche se per poco, dalla dura e triste realtà che li circondava, le rese incredibilmente popolari peggiorando spesso situazioni sociali già di per sè gravi. Un esempio storico di questo fenomeno lo si può trovare in America latina. Nei decenni seguenti alla fine dell’impero Inca, avvenuta nel 1572, con la scomparsa dei sistemi consolidati di controllo sociale, l’uso della coca si diffuse senza regole anche fra le classi inferiori della popolazione.

 La coca dà energia e calma la fame, ed è aiuto e conforto nella durissima vita delle alte valli andine. Questa situazione resterà praticamente immutata fino ai giorni nostri.

 

La grande diffusione, quindi, può essere imputabile alle enormi disparità sociali che ancora oggi affliggono le nostre società, relegando gran parte della popolazione in situazioni spesso di povertà assoluta e conseguente disinformazione riguardo il pericolo a cui potrebbero andare incontro.

 Ma è giusto anche sottolineare, a riprova delle evidenze archeologiche ed etnologiche che sono state verificate negli anni, che l’uomo, a prescindere dallo status sociale e dei tempi storici che viveva ha sempre ricercato una fuga della realtà. L’evasione dalla dimensione razionale per far posto a quella trascendentale e irrazionale dell’uomo è un atteggiamento comune alla sua natura, propriamente detta umana.

 

I greci intendevano l’essere umano come “un contenitore ambivalente di necessità naturali e linguaggi trascendentali”. Tutto ciò è confermato dal modo in cui gli uomini appartenenti alla cultura greca chiamavano i propri simili zoon logon echon (è la locuzione con cui il filosofo Aristotele nella “Politica” definisce l’uomo, animale unico e diverso dagli altri perché dotato di parola).

La raccolta della canapa, di T. Von Hormann

La raccolta della canapa, di T. Von Hormann

 

La pittura romantica e, soprattutto, quella sua filosofia particolare identificata nella poetica del sublime, poneva questa ambivalenza di intenzioni coesistenti nell’uomo data dalla sua componente naturale e dalla sua ricerca trascendentale. In generale, l’uomo era visto come appartenente al mondo naturale ma in lui si riconoscevano delle caratteristiche capaci di porlo al di sopra della natura; ciò ha fatto sì che la filosofia romantica riflettesse sul problema dell’irrazionale possibilità che l’uomo potesse andare oltre la realtà naturale.

 

Ne è esempio l’opera di Caspar David Friedrich “Il viandante sul mare di nebbia” (realizzato nel 1818 e conservato ad Amburgo), in cui l’uomo, è disarmato di fronte all’immensità e alla potenza della natura. Tuttavia, per l’artista, il viandante (archetipo dell’uomo moderno) è cosciente della sua impotenza ma, allo stesso tempo, sa anche di poter vincere questa debolezza grazie alla consapevolezza di sé stesso e del suo pensiero. In questo modo riesce a oltrepassare il reale ed entrare in una dimensione più trascendentale.

 

Caspar David Friedrich, "Il viandante sul mare di nebbia"

Caspar David Friedrich, “Il viandante sul mare di nebbia”

 

Le sostanze psicotrope permettono di acuire la percezione sensoriale (ognuna con modalità diverse), per questo sono utilizzate nei riti sacri, i quali pongono la sacralità di oggetti e atti fisici come rappresentazione di elementi non appartenenti alla realtà. L’uomo quindi trova un escamotage che gli permette di andare oltre la normale percezione del reale.

 

In conclusione si può dire che non esiste una vera soluzione definitiva alla “piaga della droga”, in quanto questa è totalmente insita nelle abitudini umane da millenni e soprattutto è reperibile naturalmente nel mondo. L’unico vero modo di combattere un problema è conoscerlo, istruendo le persone alla consapevolezza di se stessi e di ciò che hanno davanti.

 

 L’uomo cercherà sempre e in qualunque modo una via di evasione, in fondo è sempre stata una noia per l’uomo di ogni epoca vivere ogni giorno della sua monotona quotidianità!

 

 

Articolo di Edoardo Antonini

 

 

 

Edoardo Antonini

Studente di Archeologia all’Università di Tor Vergata. Appassionato di preistoria e di tutto ciò che si è estinto. Adora esplorare grotte e cunicoli. Giocatore di bocce in salita.

 

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