La “Coppia Infernale”: i demoni Vanth e Charun

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Charun e Vanth, Tomba degli Anina, necropoli del Fondo Scataglini (Tarquinia)

Charun e Vanth, Tomba degli Anina, necropoli del Fondo Scataglini (Tarquinia).

La storia dell’uomo e delle civiltà si è sviluppata nel corso dei millenni con la consapevolezza (o la speranza) che al termine della vita terrena esista una vita nell’Aldilà. Partendo da questa concezione, ogni popolo, dai primi gruppi primitivi fino alle più moderne civiltà, ha prodotto una visione variabile di ciò che ci attende dopo la morte e, conseguentemente, diversi modi per esorcizzarne il timore. La maggior parte di queste visioni si collega strettamente al concetto religioso: esempio calzante può essere la stessa religione cristiana e la sua fede in un paradiso dopo la morte. Tutti i popoli antichi hanno dunque maturato un concetto più o meno variabile di mondo ultraterreno, attribuendogli diverse terminologie (pensiamo al Tartaro o ai Campi Elisi della tradizione greca/romana) e hanno conseguentemente sviluppato culti specifici. Numerosa infatti è la schiera di figure divine o demoniache che controllano il mondo dei morti e, in correlazione ad esse, altrettanto numerosi sono riti e tradizioni funerarie. Errore comune, tuttavia, è fornire un’interpretazione di questi demoni antichi in una chiave di lettura cristiana, secondo cui una divinità è necessariamente o positiva o negativa. E, più nello specifico, da ciò deriva che una figura con fattezze orride o inquietanti è di conseguenza anche malvagia (secondo la concezione tipicamente greca del “kalòs kai agathòs” , ossia il bello equivale al buono e perciò, in corrispettivo, ciò che è brutto è anche cattivo). Si tratta dunque di un errore comune e strettamente legato alla nostra mentalità moderna; basti pensare al fatto che gli stessi termini “demone” o “infernale” sono ormai sempre associati al concetto di Inferno cristiano, quali elementi legati al male. Questo modo di pensare impedisce tuttavia la corretta comprensione del concetto di aldilà inteso da un antico. Questa premessa è utile per introdurre due particolari figure del pantheon etrusco: parliamo di Vanth e Charun, la cosiddetta “coppia infernale”. Si tratta di due divinità o, per meglio dire, di due demoni della cultura funeraria etrusca. Le loro raffigurazioni sono presenti in molti contesti tombali: appaiono frequentemente sulle pitture parietali della necropoli di Monterozzi di Tarquinia, oltre che in vari esemplari ceramici a figure rosse e in sarcofagi da diversi centri etruschi quali Volterra, Tarquinia, Orvieto, Vulci, Norchia  etc. La particolarità di queste due figure è che nella maggior parte dei casi sono rappresentate insieme, tanto da poter parlare di una sorta di complementarità. Ma entrando nello specifico, chi sono Vanth e Charun? Vanth è un demone femminile “psicopompo”, una divinità cioè che ha la funzione di accompagnare e guidare i defunti durante il loro viaggio nell’aldilà. Si presenta con le fattezze di una giovane donna dall’aspetto gradevole; sono numerose le tipologie di rappresentazione: può essere alata o aptera, con capelli umani o serpentiformi (in stile Gorgone) e indossa spesso una corta tunica e calzari. Nella maggior parte dei casi tiene in mano una fiaccola, elemento simbolo di luce e guida, perfetto dunque in rapporto alla sua funzione; in qualche caso compare nell’atto di reggere un rotulus, dei serpenti, una corona, delle bende o un tirso. Charun è invece un demone maschile. Il suo nome deriva dal greco Charon (Caronte nel mondo greco è infatti il famoso traghettatore dei morti sul fiume Acheronte, ma la figura etrusca non è assimilabile in maniera specifica a quella greca). Charun è il demone guardiano che controlla la porta dell’Aldilà, impedendo ai defunti di scappare e separando definitivamente, dopo il congedo finale, i vivi dai morti, al fine di salvaguardare l’ordine cosmico. Pur se a volte assume sembianze umane, nella maggior parte dei casi si presenta con fattezze orride e animalesche: alato o aptero, con orecchie lunghe, barba incolta, bocca deformata da una smorfia, naso adunco, capelli in alcuni casi serpentiformi e pelle bluastra. Porta spesso una tunica corta e calzari. Come Vanth, anche Charun è contraddistinto da un attributo specifico: il demone tiene quasi in ogni raffigurazione un martello in mano, di cui si serve per chiudere i battenti delle porte. A volte compare anche con serpenti in mano o con oggetti interpretati spesso come strumenti di tortura, secondo una concezione non propriamente esatta di demone torturatore di anime. Ma come spiegato in precedenza, le sue sembianze minacciose potrebbero fuorviarci se distorte dall’immaginario tipicamente cristiano secondo cui ciò che incute terrore ed ha caratteri orridi o violenti è necessariamente negativo. Charun e Vanth non sono altro che due aspetti della morte e il riflesso di come l’uomo intende da sempre l’Aldilà, senza nulla a che vedere con il concetto di Bene e Male, di positivo o negativo. Charun è la materializzazione in un’unica figura di tutti i timori e le paure dell’uomo di fronte al mistero della morte, ed è per questo che assume fattezze inquietanti; Vanth al contrario, quale divinità guida, simboleggia la speranza dell’uomo verso il destino ultraterreno che lo attende. Vanth e Charun non sono altro che i due lati di una stessa medaglia, inscindibili tra di loro.              

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