Italia mon amour: il caso Rubens

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È comunemente noto il potere calamitante che l’Italia, dal Rinascimento in poi, ha esercitato sulle personalità artistiche d’oltralpe. La cultura umanistica e l’idea di rinascita – collegata ai concetti di scoperta e viaggio – attiravano uomini eruditi da tutto il mondo. La stessa Italia, con la sua storia, i suoi paesaggi e le sue ricchezze sparse in ogni dove, bastava ad affascinare gli animi sensibili anche solo tramite un racconto.

Per le arti visive il nostro paese era una musa perfetta: era Venezia, col suo colorismo e le sue suggestioni luministiche; era Roma e le sue rovine antiche, il sacro (e il profano) e i più grandi maestri; era Mantova, Ferrara, e tutte quelle corti splendenti, centri di viva contaminazione culturale.

L’esempio di un artista come Albrecht Dürer e dei suoi viaggi compiuti alla fine del ‘400, testimoniava che per la pittura europea il referente non erano più i Paesi Bassi ma l’Italia: numerosi artisti, soprattutto nordici, si recarono in Italia alle soglie del Cinquecento per aggiornarsi e formarsi.

Oggi vi parliamo di Pieter Paul Rubens e del suo rapporto con il Bel Paese. Facciamo un salto di quasi un secolo: siamo nel 1577, anno della sua nascita presso Siegen – Germania occidentale – da una ricca famiglia originaria di Anversa. L’artista, giovanissimo, decide di orientarsi verso la pittura e, ad Anversa, frequenta dapprima la bottega di Tobias Verhaecht, poi quella di Adam van Noort, infine quella di Otto van Veen. Quest’ultimo svolge un ruolo fondamentale per il futuro artista barocco: uomo di grande cultura, manierista accademico tra i migliori in città, egli trasmette a Rubens l’amore per la letteratura e per l’antico e il desiderio di viaggiare per conoscere le opere dei grandi maestri del Rinascimento. Il primo approccio con l’arte italiana avviene in modo indiretto, attraverso lo studio di opere grafiche di Mantegna e Marcantonio Raimondi, ma la svolta si verifica quando nel 1600 l’artista parte per la l’Italia e va a Mantova, dove è assunto come pittore di corte da Vincenzo I Gonzaga. Da questo momento Rubens viaggia di continuo, visita Venezia, Parma, Firenze, Genova, Roma, soffermandosi ovunque a studiare artisti di ogni tendenza: Giovanni Bellini, Correggio, Tiziano, Veronese, Leonardo, Michelangelo, Raffaello e in ultimo, ma non meno importante, Caravaggio. Proprio all’aprirsi del secolo, infatti, Caravaggio esordiva a Roma con le grandi tele della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi; il nuovo modo di dipingere portato avanti dal pittore lombardo aveva riscosso immediato successo, soprattutto fra gli artisti stranieri e nordici, abituati a scrutare la realtà senza aspirare a fornirne versioni idealizzate. L’eco del gusto caravaggesco è ben avvertibile in Rubens – che nel 1611 fa una copia della Deposizione nel sepolcro traducendo la monumentalità classica dell’originale di Caravaggio in termini barocchi – e convive con la sua cultura onnivora, avida di ogni possibilità che la ricca scena pittorica italiana era in grado di offrire.

CARAVAGGIO, Deposizione nel sepolcro, 1604

CARAVAGGIO, Deposizione nel sepolcro, 1604

 
RUBENS, Deposizione nel sepolcro, 1611

RUBENS, Deposizione nel sepolcro, 1611

 

Ciò che più interessa al pittore, infatti, è la molteplice ricchezza della cultura italiana: gli riesce facile far convivere senza contrasti le prodezze disegnative e plastiche di Michelangelo con le squisite tenerezze di Correggio, e non c’è dubbio che la sua tecnica pittorica, pur nutrita di tanti diversi elementi, debba il suo splendore cromatico soprattutto ai modelli veneziani, in particolar modo a Tiziano. A varie riprese Rubens ingaggia una sorta di braccio di ferro con il fantasma del grande artista, che ha l’occasione di studiare anche in Spagna, inviatovi nel 1603 per conto dei Gonzaga e successivamente, intorno agli anni ’30, quando è in missione diplomatica presso la corte spagnola. Basta osservare tre dipinti dell’artista – Lavinia, 1614; Venere allo specchio, 1615; Diana e Callisto, 1629 -, copie da originali di Tiziano, per avvertire la preferenza di Rubens nei confronti di un disegno più marcato in grado di accentuare la qualità plastica della figura (in Tiziano più tenera e meno definita), frutto dello studio dei modelli forniti a Roma da Michelangelo e dalla statuaria antica.

 

TIZIANO, Venere allo specchio, 1555

 

Il lungo soggiorno italiano di Rubens (durato 8 anni), come si è visto, ha avuto un’enorme importanza per la sua inclinazione stilistica. Qui l’artista, però, non completa soltanto la propria formazione pittorica ma affina anche il suo carattere: egli aspira a diventare un vero gentiluomo italiano, sul modello tratteggiato da Baldassar Castiglione nel suo Cortegiano e su quello di artisti, come Raffaello e Tiziano, che prima di lui erano stati eleganti e di bell’aspetto, ottimi conversatori e uomini di fiducia di nobili e sovrani. L’Italia, con il suo vastissimo retaggio umanistico, è stata davvero la seconda patria di Rubens; se l’artista non fosse stato costretto a tornare in patria nel 1608, avrebbe potuto passarvi l’intera vita.

Fonti: L’idea del Bello, viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori, a cura di Gramiccia – Piantoni, Edizioni De Luca; Rubens, a cura di Daniela Tarabra, ArtBook Electa.

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