Il problema dei Beni Culturali “invisibili”

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Il patrimonio culturale in Italia è immenso, e spesso riserva grandi sorprese. I beni culturali, secondo le normative vigenti in materia, rivestono un interesse pubblico ed è proprio per tale motivo che devono essere accessibili a chiunque, che sia per un periodo limitato (come nel caso di un possedimento privato) o tutto l’anno.   In alcuni musei possiamo notare un numero considerevole di opere esposte alla vista pubblica, ma forse non tutti sanno che all’interno della stessa struttura museale spesso se ne nascondono in una quantità considerevole, e che per diversi fattori non possono essere disponibili alla fruizione di tutti: sono denominati proprio per tale motivo “Beni culturali invisibili”.12523163_10206617681573287_4829291251399780283_n  Sono reperti archeologici, quadri, tante piccole e grandi “perle” della cultura che si nascondono all’interno dei magazzini non solo dei circuiti museali più importanti, ma anche in quelli più lontanamente dislocati e in edifici aventi differenti finalità. Ogni museo ha una situazione a sé stante e ad oggi non conosciamo esattamente il numero complessivo di tali beni,  è altamente aleatorio data la mancanza di una catalogazione esauriente e aggiornata;  d’altronde è pure comprensibile in un paese come il nostro, dove ogni giorno si aggiungono numeri difficili da tenere sotto controllo, soprattutto a causa delle scoperte archeologiche provenienti da ogni parte del nostro territorio. Ma questa è solamente una parte della problematica che affligge la catalogazione: in quest’attività sono coinvolti sia Stato che Regioni, con la naturale conseguenza di rallentare il procedimento  di stesura delle informazioni. Inoltre, il costo per registrare beni “non dichiarati” è maggiore rispetto alla catalogazione di approfondimento. Emblematico il caso della Galleria degli Uffizi di Firenze, dove un quaranta per cento circa delle opere totali giace nascosto nei magazzini. Oltre a questo importantissimo polo culturale se ne potrebbe fare una stima di molti altri, come ad esempio l’Egizio di Torino, dove risulta che quattro quinti delle opere non siano fruibili alla pubblica visione;  il fatto che questi dati siano da prendere  con le pinze è indiscutibile.  Una soluzione che tornerebbe alla mente in maniera spontanea sarebbe quella di alienare quei beni, in modo da poter avere un consistente introito per lo stato. Un’idea assolutamente plausibile, se solo non fosse che nel nostro paese l’inalienabilità del demanio culturale è la legge in vigore attualmente, se non nei limiti e nelle modalità previste dal nostro Codice dei Beni Culturali e del paesaggio. Vi sono alla base diverse altre valide ragioni per il quale i direttori dei musei evitano tale cessione ad altre persone giuridiche: le opere possono avere un basso valore economico;  conseguente impoverimento del patrimonio  storico, artistico e archeologico nazionale; la vendita di un bene potrebbe non essere uno dei fini preposti, ma bensì solamente quelli di valorizzazione e conservazione di esso. Non possiamo sapere se il materiale indisponibile potrebbe in qualche modo dare una spinta rilevante agli afflussi turistici, ma senz’altro si potrebbero ridurre i costi di gestione dei magazzini  attraverso varie soluzioni, tra cui: 1) ottimizzazione degli spazi dei depositi, risparmiando magari lì dove ne vengono presi in affitto. 2) se è vero che non esiste la possibilità di alienazione, non è altrettanto vero che non si può cedere in prestito un bene a fini di ricerca. Inoltre, si ammortizzerebbero non poco i costi delle operazioni di conservazione e restauro delle stesse. 3) creare dei rapporti con istituzioni interessate al logico completamento di una collezione, cedendo alcuni beni utili a tal fine. Pochi sono stati i grandi eventi realizzati con lo scopo di mostrare e valorizzare in grande stile i beni invisibili, tra cui un’ interessante iniziativa nata dalla collaborazione tra pubblico e privato: si tratta della mostra allestita al Museo Archeologico di Napoli, finanziata dalla Fondazione Telecom Italia e promossa dal MIBACT . 1321434_0151027_s1 Circa cento sculture sono state esposte all’interno di una teca a cielo aperto costruita appositamente per l’occasione, come risultato finale di un progetto partito nel 2010 grazie al direttore Paolo Giulierini, il quale collabora all’amministrazione di molti dei principali musei italiani. Il partenariato pubblico- privato (PPP) negli ultimi anni ha avuto un incremento notevole in Italia e in Europa, anche se non è distribuito in maniera omogenea in tutti i territori comunitari. Questa forma di relazione tra questi due tipi di enti è volta in genere al finanziamento, la costruzione o la gestione di un’infrastruttura pubblica e  più in generale tutte quelle attività inerenti all’ambito della valorizzazione dei beni culturali pubblici che sono possibili, in diversi casi, solo tramite l’aiuto di enti privati. Purtroppo la disciplina che regola questi rapporti è afflitta da un ampio margine di indeterminatezza data la mancanza di vere e proprie linee guida per il PPP. C’è chi invece cerca di prendere di petto il problema anche a livello internazionale e mondiale. Sono nati negli ultimi anni i cosiddetti “open storages”, ossia dei magazzini di beni d’interesse culturale  aventi il carattere esclusivo di essere adibiti proprio alla pubblica fruizione. Ne sono esempi il Museum Collections Centre, che sarebbe il deposito pubblico del “Birmingham Museum and the Art Gallery”, o quello del “Museo Larco” a Lima, dedicato all’arte precolombiana.

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