I beni illecitamente esportati

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Organizzare scavi clandestini, saccheggiare tombe, trafugare qualsiasi tipo di oggetto antico sono atti di danneggiamento non solo nei confronti degli archeologi, ma dell’intera umanità.

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Prima di tutto perché i reperti in questione sono un bene cui hanno diritto di fruire tutti; secondo, perché sono stati per sempre privati della possibilità di comunicare informazioni essenziali alla ricostruzione storica.

Una volta prelevati dai loro contesti originari, questi pezzi possono avere molteplici destinazioni: possono certamente essere stati rubati per motivi d’interesse personale, ma la gran parte delle volte vi sono criminali che svolgono traffici illeciti per poche centinaia di euro, immettendo i reperti all’interno di un circuito più ampio e dispersivo che è il mercato antiquario.

Paradossalmente parlando, il professionista e il tombarolo hanno una cosa in comune: distruggono i contesti archeologici, stravolgendo ciò che nel corso dei secoli si è creato attraverso l’attività umana e i fenomeni naturali. Tuttavia, la profonda differenza tra i due consiste nel fatto che il primo documenta il tutto nei minimi dettagli, al fine di ottenere una sorta di istantanea della situazione che si trova innanzi e servire il tutto alla ricerca archeologica; il secondo, invece, è mosso unicamente dai suoi scopi individualistici e nella noncuranza più totale devasta tutto ciò che appartiene concettualmente ad ognuno di noi. Pezzi di storia unici e rari, dal valore inestimabile, vengono consegnati (ovviamente senza alcun tipo di permesso) a delle vere e proprie organizzazioni criminali,le  cosidette “archeomafie”. E non c’è nome che si addice meglio ad esse, data la somiglianza strutturale con le altre associazioni mafiose. Queste prevedono diverse figure che si occupano di tutto ciò che normalmente fa lo Stato o altri enti pubblici e privati, ossia di scavi e restauri, ma anche di instaurare un rapporto di mediazione con i grandi musei dell’estero.

Un caso eclatante e anche piuttosto recente è quello che ha avuto luogo in Basilea. La bellezza di 5361 reperti, provenienti da siti archeologici localizzati in Puglia, Sicilia, Sardegna e Calabria e inquadrabili in un arco cronologico che oscilla tra l’ VIII sec. a.c. e il III sec. d.c. sono stati rimpatriati dalla città svizzera. “E’ il recupero più grande della storia per quantita’ e qualita’”, queste sono le parole di Mariano Mossa, Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (Tpc). Di pregevole fattura e quantità spiccano le ceramiche di anfore, crateri,oinochoai e diverse altre tipologie; non meno importanti risultano statue,affreschi e corazze in bronzo. L’indagine ha ricondotto, dietro i traffici illeciti di questi beni, alla figura di Gianfranco Becchina, il quale era coinvolto in diverse società aventi scopo di eludere i controlli doganali e degli uffici di esportazione. Sempre seguendo le sue tracce si è arrivati a indagare  cinque magazzini colmi di reperti senza alcuna documentazione che giustificasse la loro presenza in quei luoghi.

Ma il caso sopra citato, anche se di un’importanza incredibile, è solo l’ennesimo “altarino” scoperto nel corso della storia di queste associazioni a delinquere. E’ da ricordare come evento esemplare quello del ritorno in patria del cratere di Euphronios, recuperato illegalmente nel 1971 secondo le indagini del TPC e miracolosamente comparso due anni dopo nel Metropolitan Museum di New York. Dopo un lungo e travagliato negoziato internazionale, nel 2006 finalmente il magnifico cratere di maestranza greca (ma di provenienza etrusca) torna nel bel paese  e due anni dopo viene esposto nel Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma. Dalle ricerche dei carabinieri risulta che il cratere, tra gli esempi di maggiore fattura del mondo antico, venne acquistato dal museo americano per la cifra di ben 1 milione di euro.

Tuttavia il territorio maggiormente depredato del nostro paese è il mezzogiorno, e in particolare la Sicilia. Il numero di scavi illeciti nella nostra isola aumenta esponenzialmente di anno in anno, e sfuggono sempre di più ai controlli dei carabinieri specializzati. Emblematica è la situazione di Selinunte,  subcolonia di Megara Hyblaea risalente al VII sec. a.c., la quale ha subito ingenti danni alle varie necropoli dislocate. Ad oggi le nostre conoscenze si basano su una percentuale infima di tombe che rasenta il 5%. Si è scavato poco, e anche in maniera non propriamente corretta. Ma la colpa non è certamente degli archeologi, che hanno cercato di sottrarre i materiali ai clandestini attraverso degli scavi d’emergenza. I risultati sono stati non esattamente soddisfacenti: non sono stati effettuati studi di tipo antropologico a causa della non reperibilità delle ossa, né sono state recuperate le urne funerarie.

Qual è una delle maggiori cause che si trovano a principio di tutti questi movimenti illegittimi? Il sud Italia è probabilmente il territorio più indicato per esemplificare l’ incuria, l’ abbandono,  il disinteresse in ambito archeologico. Patria dei Greci d’Italia, il patrimonio che possiede è grandioso ed è testimonianza della grande civiltà che era la Magna Grecia. Ad oggi, diversi parchi archeologici sono totalmente lasciati a loro stessi e ne sono testimonianza le recinzioni distrutte e l’erba incolta, gli scavi rinterrati per metà e l’assenza di illustrazioni o servizi. In un quadro del genere,che chiaramente si contrappone ai concetti di valorizzazione, promozione e fruizione del nostro patrimonio culturale, i tombaroli non possono far altro che gioire e procedere più che sereni nel loro compito.

Questo fa riflettere in particolare sulla vantaggiosità che possiede in ambito criminale questo mercato. Fabio Isman, giornalista italiano e collaboratore per decenni con il quotidiano nazionale “Il Messaggero” pone una riflessione: “Perché tutto questo? Perché il reperto paga. Perfino più della droga. E comporta assai meno rischi. Non si è mai visto, ad esempio, un cane fiutare un oggetto antico in un aeroporto. Scoprire i predatori è più difficile che bloccare gli spacciatori”.

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