“Guernica”: l’occhio dell’artista sul dolore umano

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Foto di Dora Maar

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Foto di Dora Maar

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Foto di Dora Maar

Come allo scoppio di un temporale i passanti colti alla sprovvista si affrettano a cercare riparo, così il 26 aprile 1937 correvano per la strada coloro che nessuna tettoia avrebbe potuto proteggere. Anziani, donne, bambini, esseri umani in abiti civili sono pronti ad aspettarsi che dal cielo precipitino gocce di pioggia. Non bombe.

Invece quel lunedì pomeriggio sopra a Guernica piovvero bombe, per ordine del comandante in capo dell’aviazione nazista, Hermann Goering, con il preciso scopo di sperimentare gli effetti di una distruzione di massa senza difesa. La piccola città di Guernica, nella provincia della Biscaglia, era schierata con i socialisti insieme ad altri paesi baschi. Un simbolo forte di libertà e di aperta opposizione, un’orgogliosa indipendenza risultato di una tradizione secolare, che venne martoriata e vilipesa da parte delle forze nazionaliste di Francisco Franco, con l’appoggio di quei regimi totalitaristi che macchiarono indelebilmente il corso della Storia.

L’opinione democratica era sostenuta con convinzione anche da Pablo Picasso, che ai tempi della guerra civile spagnola non mancava di realizzare cartoline caricaturali contro i nazionalisti, avvalendosi della grande fama raggiunta come pittore; il suo aperto schieramento antifascista fu causa delle varie opere di sua produzione che vennero bruciate pubblicamente sulle piazze come esempio di “arte degenerata”.

Foto di Chiara De Persis

Foto di Chiara De Persis

Alla notizia del drammatico e insensato bombardamento sulla città basca, Picasso reagì con sgomento e incontenibile rabbia. Nel giro di soli due mesi dipinse l’opera destinata a diventare simbolo della brutalità della guerra e dell’oppressione universali, sintetizzando con tecnica e forma tutte le abilità raggiunte in questa fase matura della sua produzione artistica. Le gigantesche dimensioni della tela (351×782 cm) evidenziano l’enormità dell’impatto che la notizia suscitò sull’opinione pubblica. Il processo creativo fu documentato dal reportage fotografico di Dora Maar, compagna di Picasso all’epoca, grazie al quale possiamo notare elementi che rimangono fissi per tutto il corso della realizzazione o decisi cambiamenti in direzione di un effetto sempre più scarno ed essenziale. Anche la scelta cromatica destabilizza l’osservatore: l’opera è completamente in bianco e nero, come riferimento alle modalità di trasmissione della notizia del bombardamento- giornali e fotografie- e come suggerimento di uno stato d’animo inequivocabile.

L’ambientazione è sia interna sia esterna: impossibile distinguere le macerie di una casa in fiamme dal lampadario appeso al soffitto di un salotto. Riferire tale contemporaneità di spazi ad un linguaggio cubista sarebbe riduttivo: la sovrapposizione di elementi intende rendere la violenta immediatezza del bombardamento, che nel giro di pochi minuti sventra interi edifici riversando all’esterno anche gli oggetti più intimi di un’abitazione. Il risultato è una scena estremamente caotica: regna il panico di chi, forse per poco, ancora sopravvive, e donne uomini bambini animali diventano un unico dolore, intersecandosi e compenetrandosi nella loro fuga senza speranza. I dettagli sono riconoscibili soltanto ad un’occhiata più attenta. Ora una madre rovescia indietro la testa in uno straziante grido di dolore, sorreggendo con le sue ultime forze il cadavere del figlio, ora un cavallo ferito, allegoria del popolo spagnolo, nitrisce sofferente tagliando l’aria con la sua lingua acuminata, ora una donna alza le braccia al cielo in segno di orrore e disperazione. Un toro, simbolo di brutalità e tenebra, viene raggiunto dalla corsa sofferente di una donna, mentre un’altra figura femminile si affaccia alla finestra con un lume in mano. Il lampadario che sormonta questo atroce spettacolo non raggiunge con i suoi raggi aguzzi le membra di un soldato che giacciono miseramente sparse sul terreno. Via via che i nostri occhi scorrono sulla grande tela riconoscendo ciascun particolare, ai guizzi di consapevolezza si accompagnano brividi di dolore. E ancora una volta ci sorprendiamo a domandarci: come può l’essere umano commettere tali atrocità? I visitatori del Padiglione spagnolo dell’Esposizione Universale di Parigi del 1937, dove la grande tela fu collocata per la prima volta, dovettero certamente provare sensazioni simili, soprattutto in virtù della vicinanza temporale con la tragedia. Il bombardamento a tappeto divenne una pratica comune nelle successive operazioni militari, la strage degli innocenti abitanti di Guernica fu solo la prima di un’infinita serie che sconvolse la Seconda Guerra Mondiale. Alla vittoria dei nazionalisti di Franco, “Guernica” fu spedita al Museum of Modern Art di New York: Picasso fece espressa richiesta che non toccasse suolo spagnolo finché non fosse tornata la democrazia. Sono trascorsi settant’anni dalla sua ideazione: oggi l’opera è posizionata nella grande sala blindata numero 206 del museo Reina Sofia, a Madrid. Lì testimonia tutt’ora l’appassionata partecipazione di Picasso al dolore umano- di fronte al quale, egli diceva, “gli artisti non possono e non devono restare indifferenti”.

Alessandra Forte

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