Gli eterni abitanti di Venzone

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“You’re only dancing on this Earth for a short while”
Cat Stevens

 

 

 

 

 

 

Venzone (UD)

Venzone (UD)

“Confortevolmente annidata nell’abbraccio delle belle Prealpi, all’imboccatura di una valle spettacolarmente scenica, nel nord est d’Italia si trova la comunità di Venzone”(1).

La cittadina, il cui nome può risultare sconosciuto a molti, in realtà è stata una meta di grandissimo interesse e di cui si è molto scritto e parlato soprattutto a partire dall’Ottocento, tanto che lo stesso Napoleone Bonaparte vi si recò nel 1807, profondamente incuriosito dalla principale attrazione del luogo.

Ciò che spinse “l’incomparabile maestro dell’arte della guerra”(2) a volersi recare di persona nell’antico paese friulano, fu la presenza di un corpo mummificato che, per la sua particolare postura, fu chiamato “il gobbo”. 
 

Il corpo di questa mummia venne inaspettatamente alla luce quando, nel 1647, si decise di ampliare il Duomo, mentre la sepoltura potrebbe essere verosimilmente avvenuta dopo la consacrazione dello stesso nel 1338, da parte del patriarca di Aquileia, Bertrando.

 

La mummia del "gobbo"

La mummia del “gobbo”

Le analisi Rx della porosità dell’osso (che permette di stimare l’età alla morte dei resti) e l’analisi dei centri di ossificazione (saldature di epifisi e diafisi, usata sempre per la stima dell’età alla morte) hanno confermato un’età compresa tra i 45 e i 60 anni al momento del decesso.

Inoltre, il “gobbo” si presentava inizialmente coperto da costumi di pregiato velluto e al di sopra della sua sepoltura era posto un sarcofago in pietra con l’incisione di una scala, simbolo degli Scaligeri, che non solo ha aiutato ad identificare la salma come quella del membro di una famiglia di alto rango, ma che, insieme alle analisi mummiologiche, ha permesso di collocare a grandi linee la data di sepoltura dell’aristocratico tra il 1340 e il 13503.

Lo stato di conservazione generale della salma risulta essere in buone condizioni, e ha permesso all’antropologia fisica di rilevare alcune caratteristiche curiose (1).

 

 
Innanzitutto, oltre alle naturali pieghe del tessuto cutaneo, intorno al collo è presente un segno nastriforme spesso all’incirca un centimetro che è stato interpretato come una forzatura del colletto o di un legaccio del sudario.


Entrambe le mani sono prive delle ultime due dita, che furono probabilmente recise in un momento secondario rispetto alla morte, così come parti della cute al di sopra del ginocchio destro. Mutilati appaiono essere anche alcuni lembi dell’organo genitale, ed entrambi i piedi.

L’assenza di questi ultimi è da legare alle ultime analisi tramite Tac e Raggi X delle vertebre cervicali e toraciche (il capo e il collo del defunto erano contratti ed incassati nel torace, di conseguenza la presenza del gibbo aveva fatto pensare ad una malformazione), che hanno confermato l’ipotesi che la morfologia del “gobbo” sia stata provocata intenzionalmente post-mortem per deporre il corpo all’interno di un sepolcro di dimensioni insufficienti.


Per quanto invece riguarda gli altri prelievi dal corpo della mummia, in parte potrebbero essere legati ad analisi passate, in parte abbiamo testimonianza della loro amputazione volontaria da parte dei soldati Napoleonici, che li conservavano per motivi apotropaici (quindi come “portafortuna”). 

 

 

Foto della rivista "Life" (1950)

Foto della rivista “Life” (1950)

Quella del gobbo non è l’unica mummia rinvenuta a Venzone, sebbene sia una delle più interessanti, sia dal punto di vista antropologico che turistico.
“Per più di un secolo i residenti di questa cittadina hanno seppellito alcuni dei loro membri al di sotto del pavimento della locale cattedrale.

Una conseguenza inaspettata di queste sepolture è stata l’essiccazione apparentemente spontanea che ha portato alla mummificazione.

La reazione tradizionale del clero a questo fenomeno, che sembrava un’apparente interruzione delle leggi naturali, fu interpretato come la manifestazione del riconoscimento divino di questi individui.

Questi corpi mummificati furono in seguito trasferiti all’interno del battistero adiacente al Duomo e qui furono esposti con grande orgoglio e con affetto.”(1) 


 

 

Inizialmente, quando venivano ritrovati dei corpi mummificati al di sotto del pavimento del Duomo di S. Andrea, questi venivano esposti all’interno della cripta dell’ adiacente cappella di S. Michele, dove restavano fino a quando, date le condizioni sfavorevoli per la loro conservazione, si deterioravano e venivano quindi riseppelliti e sostituiti con nuovi corpi.

 

Cappella di S. Michele

Cappella di S. Michele

Dopo la metà dell’Ottocento, in seguito alla legislazione napoleonica che vietava la sepoltura dei cadaveri all’interno delle chiese, la procedura di cambio delle salme non fu più possibile. A questo punto, non potendo più sostituire le mummie, che ormai erano diventate una fonte di attrazione ed interesse, si decise di spostarle dalla cripta alla sala superiore della cappella, che offriva una migliore condizione per la loro conservazione.

 

Quando, dopo il terremoto il 6 maggio 1976, si recuperarono i ventuno corpi deposti all’interno della cappella cimiteriale di S. Michele nel corso della metà dell’Ottocento, solo 15 corpi risultarono essere sufficientemente integri per la loro conservazione, mentre i resti degli altri sei furono destinati ad essere danneggiati da un incendio doloso del capannone in cui erano conservati. 

 

 Ad oggi, sono esposte al pubblico 5 mummie, ovvero quelle meglio conservate, mentre le altre sono ancora in attesa di essere adeguatamente restaurate, poiché danneggiate dal terremoto, dal processo di disgregazione naturale e dagli spostamenti subiti nel corso dei secoli. 

 

 Di queste mummie “quasi sempre si è messo in risalto il singolare fenomeno della mummificazione, che nella piccola città di Venzone assume quelle caratteristiche esclusive che non hanno riscontri in altre località”(3).

Nonostante siano state avanzate numerose ipotesi riguardo alle cause che hanno provocato l’arresto della decomposizione di questi corpi, ad oggi solo due sembrano essere le teorie più probabili.

La prima, avanzata già nella prima metà dell’Ottocento ma successivamente respinta, è da legare alla presenza di un fungo bianco, l’Hypha Bombicina, che assorbe l’acqua necessaria al suo sviluppo dai liquidi secreti dai tessuti dei corpi in decomposizione, provocandone la disidratazione.

La seconda teoria vuole che i corpi si siano mummificati per via delle favorevoli condizioni del terreno sottostante alle sepolture, ricco di solfato di calcio e calce carbonata. Non bisogna però escludere la possibilità che il processo di mummificazione sia stato indotto contemporaneamente da entrambi questi fattori. 

Le mummie di Venzone esposte prima del terremoto

Le mummie di Venzone esposte prima del terremoto

 

 

 Le mummie sono sempre state considerate come parte integrante della comunità venzonese, tanto che negli abitanti del luogo questi corpi non hanno mai suscitato orrore o ribrezzo, ma anzi, sono sempre stati trattati con grande umanità, rispetto ed affetto. Ancora oggi, l’affetto degli abitanti nei confronti delle mummie si manifesta nel loro desiderio di vederle esposte nuovamente tutte, come un tempo. 

Foto della rivista "Life" (1950)

Foto della rivista “Life” (1950)

 

 

  Articolo di Valentina Martinoia

 

 

 

 

  Bibliografia:
(1)Le mummie di Venzone. Morfologia, Radiologia e Tac, G. Baggieri – M. di Giacomo (2004)
(2)Napoleone, Evgenij Tàrle (1936)
(3)Le mummie di Venzone. Aspetti di mummiologia generale e degrado post-mortem, G. Baggieri (2002) 

 

 Immagini:

Google images
Foto personali
Jack Birns, 1950, per la rivista Life 

 

 

Valentina Martinoia. Studentessa di Archeologia preistorica e protostorica dell’Università di Roma “Sapienza”, con un grandissimo interesse per l’antropologia fisica e forense. Kathy Reichs è il mio guru. Oltre agli scheletri, adoro anche i gatti.

 

 

 

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