IL FUOCO: UN SIMBOLO DAI TANTI SIGNIFICATI

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La scoperta del fuoco è stata l’evento più straordinario della storia dell’umanità. Imparare a usarlo è stato necessario per la sopravvivenza e la crescita intellettuale del genere umano.

Grazie al fuoco, la nostra specie ha imparato a cuocere il cibo, illuminare e riscaldare gli ambienti, proteggersi e creare oggetti di diversa forma, dimensione e scopo. Così è stato possibile passare dallo stile di vita del nomade cacciatore-raccoglitore a quello sedentario, e far nascere la nostra civiltà. Il fuoco ha aiutato l’Uomo nel suo percorso di civilizzazione allontanandolo dalla bestialità animale.

Attorno alle fiamme di un focolare tutte le comunità del mondo hanno iniziato a radunarsi e a compiere riti. I nostri antenati si sono presto accorti che il fuoco è l’unico elemento che dalla terra è capace di andare verso l’alto, verso gli dei. Perciò il fumo che sprigiona è stato considerato come mezzo di comunicazione tra il mondo umano e quello divino.

Avere cura del focolare era quindi un atto necessario per vivere e per mantenere un contatto col mondo soprannaturale.

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Il rituale dello spegnimento e la riaccensione del fuoco sacro significava passare dal caos e dalla morte al trionfo della vita e alla ricostruzione del cosmo. Chi poteva compiere questo prodigio – il gran sacerdote o lo sciamano, oppure delle sacerdotesse – era capace anche di comunicare con gli dei. Allo stesso modo, gli artigiani che usavano il fuoco per creare nuovi oggetti erano considerati i detentori di una forza misteriosa e sacra.

Il focolare simboleggiò innanzitutto l’unità e la continuità della comunità e della famiglia, tant’è che fino all’inizio dell’Ottocento in Europa i nuclei familiari vennero censiti per “fuochi”.

Nel culto della dea greco-romana Hestia/Vesta, a lei e agli antenati spettava il primo tozzo di pane e il primo sorso di vino, gettato nel focolare domestico dai membri della famiglia. Tutt’oggi in alcune località della Catalogna e dell’Aragona questa usanza sopravvive a Natale.

Nel mondo antico, il fuoco era legato alle pratiche agricole, per ottenere la fertilità del terreno e la fecondità degli animali e degli uomini. Come ai rituali d’incinerazione, quale elemento purificatore per permettere l’accesso dell’anima al regno dei morti.

Oggi invece, la religione islamica e quella ebraica vietano la cremazione, per evitare il rischio d’inquinare il fuoco con l’impurità dei cadaveri. Per lo stesso principio il culto romano di Vesta imponeva alle sue ancelle la verginità: il fuoco doveva essere custodito a tutti i costi da fanciulle pure.

Simbolo di forza vitale ed energia purificatrice, come di morte e distruzione, è stato raffigurato come un potere benigno e “addomesticato”, oppure come un elemento violento e devastatore. La sua natura polisemica comporta che nello stesso pantheon diverse divinità vi si rapportassero in maniera differente.

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Nel mondo greco, Efesto era il dio del fuoco distruttore e creatore, mentre Hestia era la dea del focolare domestico. La storia di Efesto è ricca di simbolismo, come il fulmine che colpisce la terra, Efesto venne scaraventato dal Monte Olimpo – sede degli dei –  per rimanere nelle fucine dell’Etna e/o di Lemno. Efesto, come fuoco, arde nel mondo divino e nel sottoterra.

L’altare di Hestia era presente in tutte le case e nel pubblico Pritaneo, il cuore simbolico della città greca. Attraverso il suo fuoco arrivavano agli dei le offerte della famiglia e le città erano considerate prolungamenti dell’unità familiare.

A Roma, il più sacro focolare era quello della dea Vesta, invocata insieme a Quirino, Marte e Giove per la protezione della città. Intesa come viva fiamma perenne, era simbolo di Roma, dell’identità romana e la garanzia dell’eterna esistenza della città.

In opposizione a Vesta, Vulcano era la divinità del fuoco distruttore e della forza guerriera, a lui i Romani dedicavano  le armi dei nemici sconfitti.

Il fuoco di Vulcano era anche purificatore, come dimostra l’usanza di esporre i vestiti al sole alla festa dei Volcanalia, collegando il culto del dio a quello del Sol Invictus.

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La luce del fuoco fu spesso comparata alla luce solare. Il Sole, fonte e simbolo della vita stessa, con la sua ciclica comparsa e scomparsa – analoga alla “morte” e “rinascita” della vegetazione – diede l’impulso alle credenze sulla vita dopo la morte.

Un simbolo del fuoco nel culto delle divinità solari è riscontrabile già nelle pitture parietali egiziane, con la “barca solare”. Queste raffigurazioni divennero i nimbi dell’arte pagana, su dei e personaggi leggendari, come Zeus, Febo Apollo, Servio Tullio… Attraverso il culto del Sol Invictus, il cui massimo sacerdote era l’imperatore, visto come il Sole, il simbolo traslò nell’arte cristiana, come aureola sul capo dei re, dei Santi e dei membri della Sacra Famiglia.

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Il fuoco simboleggia anche l’amore e il desiderio sessuale. Lo sfregamento dei corpi degli amanti durante l’atto sessuale produce calore, ricordando la modalità di frizione per l’accensione dei fuochi sacri. Nel rito matrimoniale romano il fuoco era presente tra le mani della sposa, nella torcia portata durante il corteo che l’accompagnava dalla casa paterna a quella del marito, e nel rito dell’aquam et ignem accipere, quando lo sposo le porgeva dell’acqua pura di sorgente e un tizzone di legno acceso. D’altronde, il calore del fuoco è la metafora letteraria più usata per rappresentare la passione e il sentimento d’amore, ancora ai giorni nostri.

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Antonietta Patti

 

BIBLIOGRAFIA

  • I. E. Buttitta, Il fuoco. Simbolismo e pratiche rituali, Sellerio, Palermo 2002;
  • M.Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringheri, Torino 1999;
  • J. Goudsblom, trad. di A. Merlino, Fuoco e civiltà dalla preistoria ad oggi, Donzelli, Roma 1992.

 

Autore: Ilda Dinuzzi

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