“Da Zancle a Messina” attraverso la storia di una città sconosciuta

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“Salve, beato germoglio venerabile della nostra terra/ Signore di Zancle dal bel porto e del Capo Peloro/ Tu che guardi lo Stretto, dove, essendo l’onda spinta avanti e indietro, il Mar Tirreno si solleva contro l’Adriatico”. Ed è con questi straordinari versi lirici, incisi su un’epigrafe dedicatoria ad Orione, fondatore del magnifico Porto di Messina e del Promontorio sacro di Capo Peloro, che è possibile riassumere la virtù di una città, spesso dimenticata e sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Ma che importanza ha veramente questa città a livello storico? Sembra proprio svelarvi questo segreto l’obiettivo della straordinaria e ricca mostra, allestita nell’elegante sede di Villa Pace dal 2 febbraio al 30 marzo 2016, a cura dalla Sovrintendenza BB.CC.AA. nonché di insegnanti, studiosi e studenti dell’Università di Messina.

 

La città di Messina è stata infatti, sin dall’antichità, un centro fondamentale di commerci e coinvolta all’interno delle rotte iberiche, cartaginesi e vicino orientali. Dotata di un porto naturale e di una posizione assolutamente strategica, fu scelta dai coloni euboici di Calcide che, nel 757 a.C. si stabilirono in questa zona fondando Zancle, in lingua greca “falce”, per la forma a mezzaluna del suo porto. Nel corso dei secoli Zancle, poi Messana, ha rappresentato un punto di riferimento per tutto il mondo Mediterraneo, divenendo punto di incontro di molte dominazioni, che ne apprezzarono la grandezza e ne scrissero la storia.

 

La mostra presenta una ricca collezione di ceramiche, terrecotte, di tipo votivo ed architettonico, ed epigrafi, a partire dal periodo tardo geometrico (700 a.C.) al periodo medievale. Queste fonti testimoniano una florida attività artigianale dalla fondazione, passando per il periodo arabo-normanno e arrivando al Medioevo. Le principali aree di interesse per il ritrovamento dei reperti sono le necropoli della Via Cesare Battisti, della Via degli Orti e la cosiddetta Necropoli Meridionale, per quanto riguarda il periodo greco-romano, e la Chiesa di san Giacomo per quanto riguarda il periodo Arabo-Medievale (situate attualmente in pieno centro città, luoghi frequentati quotidianamente dai cittadini messinesi!) Tra i pezzi più particolari e unici di questa collezione abbiamo un piattino con decorazione floreale, attribuita alle cosiddette officine dello Stretto (attive intorno al III secolo a.C.), produttrici di una ceramica caratterizzata da una vivace policromia che include il bianco e il violaceo su sfondo nero ispirata alla ceramica di Gnathia. Centro fondamentale di produzione ceramica originale e propria, venne anche investita dal fenomeno della ceramica magno-greca e siceliota a figure rosse, con soggetti tratti del mondo teatrale e mitico. Questa produzione è testimoniata da tre bellissimi esemplari di crateri, rinvenuti nella necropoli di Via Cesare Battisti, due di essi a campana, decorati con personaggi legati al mondo di Dioniso, dio del teatro (sono infatti presenti il dio stesso, delle menadi danzanti, satiri e sileni) e un grande cratere a colonnette con scene di battaglia tra opliti (riconoscibili grazie agli scudi circolari). Il rinvenimento in necropoli testimonia la loro funzione funeraria legata al contenimento delle ceneri dei defunti, in questo caso, di genere maschile dato l’utilizzo del cratere (il cratere era utilizzato per contenere il vino ed era appunto compito dell’uomo quello di mescolarlo e versarlo durante la pratica del banchetto, alle sepolture femminili invece era legata la forma dell’anfora, utilizzata per il trasporto di acqua).

 

Oltre alla produzione ceramica era molto fiorente la produzione in terracotta. In Sicilia non avevamo le grandi cave di marmo come quelle del mondo egeo ma, gli artigiani e gli architetti si ingegnarono ricercando materiali decorativi alternativi, tra cui, appunto, la terracotta, impiegata per la costruzione di sculture, antefisse, coppi (elementi che componevano i tetti di templi e abitazioni che terminavano con leoni, grifi, gorgoni e sileni, simbolicamente inseriti per allontanare la malasorte) e statuette votive, ritrovate in corredi funebri e santuari. La più bella di questa tipologia è sicuramente la “mascotte” della mostra, una straordinaria statuina di Menade (sacerdotessa del culto di Dioniso) in posizione di danza sacra, il braccio teso verso l’alto e una lunga veste che segue il movimento delle gambe incrociate.

 

Incredibile anche lo sviluppo della ceramica medievale, tanto da poter essere tranquillamente confusa con la ceramica di Caltagirone. Sono state rinvenute numerose forme ceramiche riccamente decorate e dipinte con colori accesi. Si tratta infatti di ceramiche a sfondo bianco decorate con azzurro, giallo e verde, niente di così diverso da ciò che possiamo trovare oggi nelle botteghe artigiane di tutta la Sicilia!

Il percorso tracciato da questa mostra non è altro che un piccolo assaggio di ciò che una terra come la Sicilia ha da offrire e dei suoi tanti tesori nascosti in attesa di emergere. Speriamo che questa mostra sia un grande passo verso un progetto di valorizzazione molto più ampio. Concludo invitando i nostri seguaci siculi (e non) ad ammirare queste bellezze in mostra fino al mese prossimo e di divulgare ciò hanno potuto apprezzare.

Letizia Leo

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