La battaglia di Artemisia Gentileschi, una donna per l’arte.

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Giuditta che decapite Oloferne, 1620, Galleria degli Uffizi

Una Giuditta crudele, vendicatrice, dall’espressione decisa; una mano tira bruscamente i capelli di Oloferne, come a strapparli, l’altra impugna una spada che, senza timore, affonda la lama nel collo dell’uomo, facendo zampillare il sangue in maniera quasi ordinata e studiata, bagnando le lenzuola, che sembrano seguire, con un panneggio degno di una scultura in marmo, l’andamento del corpo agitato del generale che, invano, tenta di aggrapparsi alla veste dell’ancella la quale esercita, con violenza, pressione sul suo petto. La drammaticità è resa ancor meglio da una luce quasi assente sullo sfondo, attraverso il quale si intravede un drappo in movimento, più simile ad una quinta teatrale che al baldacchino di un letto, tipico motivo della scuola barocca.

 

La decapitazione di Oloferne, episodio biblico ripetutamente rappresentato in varie forme artistiche, non era mai stato così vivo, Giuditta mai stata tanto protagonista. Solo il pennello di una donna dalla forte personalità avrebbe potuto esprimere con tale vivacità un soggetto femminile.

L’autrice di quest’opera è Artemisia Gentileschi, artista di scuola caravaggesca, vissuta a Roma nel XVII secolo e simbolo del femminismo internazionale. Creatrice di un’arte tutta al femminile, fortemente personale, risultato di una vita impiegata a perseguire il proprio obiettivo artistico, in un periodo in cui le donne non avevano voce all’interno del panorama culturale.

Autoritratto come allegoria della pittura, 1638, Royal Collection, Windsor

Autoritratto come allegoria della pittura, 1638, Royal Collection, Windsor

Figlia dell’artista Orazio Gentileschi, fu, sin da bambina, coinvolta nel mondo dell’arte e circondata da grandi personalità e maestri. Fu proprio una di queste figure a cambiare la sua vita per sempre e a conferire alla sua visione artistica quell’impronta macabra che caratterizza le sue prime opere.

Artemisia fu infatti, ad appena 17 anni, vittima di uno stupro da parte di Agostino Tassi, esperto di prospettiva e facente parte della cerchia del padre. Poco tempo dopo questo episodio, seguì un lungo processo in tribunale, dopo la denuncia da parte del padre Orazio, durante il quale Artemisia venne sottoposta alla tortura della “sibilla”, uno strumento che esercitava pressione sulle dita ogni volta che si giurava il falso. Il processo durò circa sette mesi, (tra il 1611 e il 1612) e inizialmente ebbe un riscontro a totale sfavore della pittrice, che, per aver ribadito con fermezza la sua verginità prima dello stupro da parte di Tassi, fu più volte sottoposta a rudimentali controlli ginecologici che dimostrarono la tesi contraria, a svantaggio della Gentileschi. Il processo si concluse con l’intervento di Porzia Stiattesi, che, testimone dell’accaduto, confermò l’innocenza di Artemisia. Tassi fu accusato di stupro ed esiliato da Roma.

Giuditta e Oloferne, lavoro iniziato durante i mesi del processo, quando Artemisia non era ben vista né dal popolo romano, né dal panorama artistico del periodo, è stato quindi reinterpretato come una rivendicazione di vendetta (il volto di Oloferne riscontra anche numerose somiglianze con quello di Tassi) e come l’allegoria della donna astuta e dotata di forza d’animo che sconfigge la brutalità dell’uomo.

Dopo il processo Artemisia si recò a Firenze, dove venne accettata all’Accademia delle Arti del Disegno (fu la prima donna della storia ad avere accesso a questa scuola), a Venezia, a Napoli e a Londra. La lontananza da Roma, dove aveva perso ogni possibilità di affermarsi autonomamente, le permise di cercare altrove espressione per la sua arte, diventando una delle artiste donne che ebbero maggior successo nella storia dell’arte di tutti i tempi.

Le numerose influenze che ricevette le permisero di creare un’arte unica nel suo genere. Roberto Longhi, la definì «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura». Al di là dell’impronta un po’ misogina dell’affermazione del Longhi, risulta chiaro alla critica d’arte che Artemisia Gentileschi sia stata una delle personalità più influenti dello scenario artistico seicentesco, in particolare per la padronanza nel miscelare i colori, conferendo ai dipinti una luce molto viva e un’attenzione particolare al dettaglio.

Al giorno d’oggi Artemisia Gentileschi risulta essere una delle artiste donne più famose a livello mondiale e le sue opere sono esposte in numerosi musei. Dal 30 novembre, Palazzo Braschi (Roma) avrà l’onore di ospitare numerosi capolavori della pittrice, guidando lo spettatore in un percorso che comprende opere che vanno dal 1610 al 1652.

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