Arte contemporanea, questa sconosciuta

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Il valore sociale attribuito all’arte del XXI secolo.

Marina Abramovich e Ulay in una delle loro performance.

Quale valore attribuiamo all’arte contemporanea oggi? Siamo sicuri di saperla leggere? Come si abbattono i pregiudizi nei suoi confronti? Cosa sappiamo sulla morte dell’arte? Abbiamo argomentato per voi questi temi assieme alla Professoressa Rossana Buono, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tor Vergata.

Prof.ssa Buono, qual è la situazione odierna circa il rapporto tra arte contemporanea e pubblico? <<L’arte contemporanea è un fatto d’élite e su questo non si discute. In questo momento, se vogliamo definirla, è elitaria e autoreferenziale: è come se tutto avvenisse in una cerchia ristretta – piacevolmente consapevole di come vanno le cose – in cui i giudizi rimbalzano al proprio interno. Se questo sia giusto o meno non si può ancora dire perché ciò che avviene nel contemporaneo non si è ancora sedimentato, dunque non si può avere un parere obiettivo al riguardo.>> Sarebbe azzardato, comunque, dire che l’arte sia entrata a far parte della vita, come suggerì Andy Warhol negli anni ’60. <<Piuttosto azzardato, sì. È chiaro che ci sono delle ambiguità, ma non spetta a noi risolverle, possiamo discuterne al massimo.>> Se volessimo trovare una soluzione al problema di come l’arte contemporanea, in ambito italiano, possa raggiungere le masse, lei cosa suggerirebbe? Secondo lei l’arte contemporanea è sufficientemente pubblicizzata in Italia? <<L’Italia è famosa per le opere d’arte, si sa bene che in Italia c’è tutto, non a caso l’affluenza di turisti nel nostro paese è notevole. Dato che però l’arte contemporanea di per sé è mal digerita o assolutamente indigeribile, le grandi masse spesso neanche vi si accostano. Il problema secondo me sta nell’organizzazione: come portare i visitatori – cittadini e turisti – nei musei che ospitano collezioni di arte del XXI secolo. Per esempio nel caso romano domina ancora il tradizionale “grand tour” (musei Vaticani, Colosseo, Fori Imperiali) e, a fronte di questo, persino i musei di arte moderna passano in secondo o terzo piano, nonostante siano di alto livello. In effetti, tranne che per la cartellonistica pubblicitaria sparsa nell’urbe e per qualche annuncio sui giornali, nei punti informativi non circola molto materiale riguardo l’arte contemporanea, perché non vi è molta richiesta e quindi anche l’offerta cala. Invece bisognerebbe offrire di più per creare un bisogno indotto di curiosità, così che il pubblico sia motivato a fare un primo accostamento al contemporaneo, anche a rischio di non capirlo o di non rimanerne affascinato.>> Come si spiega l’arte contemporanea ad un pubblico di massa poco informato? <<Intanto ci sono gli strumenti didattici quali audio-guide e mini guide cartacee, personale specializzato ecc. ma a mio parere non succede nulla se il visitatore si reca per conto proprio in un museo e cerca di capire da solo cosa ha davanti. In generale un’opera parla a chi ha gli strumenti per capirla, secondo un determinato livello di lettura tra tutti quelli possibili, e ci si può accontentare di ciò che si vede perché è comunque valido fare delle esperienze emotive che si esauriscono per quello che sono. Non si può far sì che per “folgorazione” l’arte contemporanea si dia totalmente ad una persona in poco tempo e, se ci pensiamo, questo non avviene neppure per l’arte più antica.>> Di solito però l’arte prodotta nei secoli precedenti è più gettonata di quella contemporanea… <<In realtà viene sottovalutata: si crede di capirla maggiormente per il solo fatto che si presenta in una forma figurativa di imitazione della realtà e questo ci rassicura perché riconosciamo un soggetto, un’azione, una narrazione ecc. Nell’arte contemporanea queste relazioni saltano e l’impatto emozionale è sicuramente diverso. Se però ci sforziamo e abituiamo l’occhio, allora la nostra sensibilità cambierà; dipende dalle scelte che facciamo, dal bagaglio culturale che vogliamo costruirci. Si può vivere anche senza l’arte contemporanea, certo chi decide di conoscerla a mio parere vive sicuramente meglio, però ci deve essere una motivazione di fondo. In generale ci sono tanti settori della vita che si offrono al servizio della conoscenza e dell’emotività, poi ognuno fa la propria selezione. Noi del settore non dobbiamo “catechizzare a tutti i costi”, essere dei predicatori ossessivi.>> Certamente. Però lei ammetterà che ci sia un generalizzato pregiudizio nei confronti delle arti visive del XXI secolo. <<C’è ma da parte di chi conosce solo parzialmente la storia dell’arte, ignorando alcuni suoi aspetti cruciali che favorirebbero un collegamento logico tra le varie fasi storico-artistiche. Di conseguenza l’arte contemporanea appare incomprensibile e ci si rifiuta di farne una lettura adeguata.>> Di questo ne è un po’ colpevole anche la scuola italiana: è noto che il programma scolastico di storia dell’arte escluda ormai da decenni, per motivi tecnici, le vicende artistiche avvenute dagli anni ’60 del ‘900 in poi. Questo genera perplessità che possono essere alimentate negli anni e che impediscono, nella maggior parte dei casi, un approccio positivo nei confronti dell’arte più recente. Lei è d’accordo su questo assunto? <<Si però io direi al 50%; la scuola ha doppia valenza: a volte, con i suoi programmi, abbatte ogni possibilità di bellezza, di fascinazione e di novità; altre volte si rivela invece intellettualmente stimolante. Ad ogni modo si tratta di una questione soggettiva: la nostra cultura deve continuare a crescere anche e soprattutto dopo la scuola, purché ci sia la volontà di scoprire temi mai affrontati prima o poco approfonditi. >> Perché manca la volontà di approfondire la conoscenza dell’arte contemporanea? <<Perché l’arte contemporanea non ci racconta la realtà a specchio. Assai forte è ancor oggi “l’attaccamento” al figurativo che, antropologicamente parlando, è insito nella nostra anima. Proviamo a pensarci proiettati nel cosmo anziché nello spazio definito e misurabile: ci sentiremmo persi, sbandati. In questo senso il dibattito avvenuto negli anni ’50 tra figurativo e astratto è ancora aperto, perché l’avvento dell’astratto ha destabilizzato quella sicurezza psicologica di cui l’uomo si è nutrito per secoli. Naturalmente ciò che turba oggi non è l’astratto o la non-forma, piuttosto è il nudo, l’osceno, se mal interpretati. Anche noi “addetti ai lavori” ci siamo fatti forza su noi stessi per fare quel “salto” che nel nostro percorso ha fatto la differenza. Io stessa, da giovane, quando visitai per la prima volta una mostra sull’arte informale ne rimasi non solo sconvolta ma addirittura disgustata e ne presi le distanze; in quel periodo studiavo Masaccio, e nell’arte contemporanea non ritrovavo più le stesse categorie dell’arte medievale o moderna; pensai: “povera attualità”. Pretendevo che un artista contemporaneo dovesse ancora dipingere una bella Venere, senza pormi il problema che di Veneri ne era pieno il mondo e che l’artista contemporaneo ormai doveva raccontare altro, ciò che di nuovo vedeva e viveva, servendosi talvolta degli stessi strumenti e tecnologie di appannaggio pubblico.>> Nel mondo della comunicazione arte-massa troviamo situazioni antitetiche: alcune iniziative portano ad un avvicinamento col pubblico, altre ad un distacco con lo stesso. Nel primo caso citiamo il recentissimo progetto curato da Achille Bonito Oliva, “L’albero della cuccagna”, legato all’EXPO. Nel secondo, richiamiamo alla memoria le sculture dei fratelli Chapman esposte al Maxxi di Roma nel 2013 (una mostra, questa, che portò disordine in più ambiti, anche sui social network). Lei come vede questa ambivalenza? <<La vedo su un doppio binario, le due realtà possono convivere benissimo. Di solito le iniziative che cavalcano l’attualità come quella de “L’albero della cuccagna” sono seguite volentieri, ma c’è da dire che lasciano il tempo che trovano. Quando invece opere disturbanti o scandalistiche vengono esposte all’interno di un museo – lei ha citato le opere dei fratelli Chapman ma io le ricordo anche la mostra “Into me out of me” tenuta al Macro di Roma nel 2007, molto più “rumorosa” – è chiaro che il pubblico può reagire in maniera negativa, perché riceve un pugno nello stomaco, ma se ci pensiamo l’arte è sempre stata provocatoria, in modi e termini diversi a seconda della società in cui si è manifestata. È proprio questa sua caratteristica, del resto, che fa evolvere il linguaggio artistico; è sempre andata così e continuerà a farlo, dalla vicenda del Salon des Refusés a Duchamp, da Modigliani alla Orlan.>> Consideriamo ora l’altra faccia della medaglia: l’informazione super veloce e super accessibile – in questo caso, sull’arte contemporanea – e la possibilità di “autoformarsi”. In tale contesto i musei hanno ancora il loro valore originario? Se ne può ancora apprezzare la didattica? Sicuramente qualcosa è cambiato rispetto all’era pre-internet. Lei che ne pensa? <<Il museo è ormai un dato acquisito e gli apparati museali didattici sono ormai di gran moda, quasi obbligatori, in linea con la democratizzazione del patrimonio artistico; in quasi tutti i musei si fa didattica, a più livelli, e si cerca di raggiungere tutte le categorie di destinatari (bambini, disabili ecc) tenendo conto delle loro percezioni differenziate. Gli operatori didattici di solito sono ben attrezzati e specializzati, svolgono un buon lavoro e le visite guidate rappresentano senza dubbio ancora un valore aggiunto e insostituibile, come pure lo studio sul cartaceo per chi vuole approfondire un determinato argomento. Inoltre la tecnologia e gli strumenti interattivi avanzati aiutano moltissimo ad attirare il pubblico nei musei, possono rendere l’esperienza simile a un gioco.>> È d’accordo con la teoria della morte dell’arte? <<Se facciamo riferimento a un concetto hegeliano allora diremmo che finché l’uomo esiste, esisterà anche il suo pensiero, la sua espressione spirituale. Quindi l’arte non è morta perché non può esaurirsi, semplicemente non si può più definire nei termini classici, perché ora si esprime su altri piani. Un problema che ci dovremmo porre è che il termine “arte” sia desueto, che l’arte sia diventata un’altra cosa; è inutile fare i nostalgici e rimanere ancorati a un concetto già coniugato per altre situazioni storico-artistiche. Lucio Fontana già negli anni ’60 prefigurava uno scenario del genere: “il termine arte non sarà più sufficiente, parleremo di comunicazione, di linguaggi, di espressività”.>> Cosa consiglierebbe al pubblico di fare per migliorare il proprio rapporto con l’arte contemporanea? <<Di non essere presuntuoso, di entrare umilmente non in un museo ma in dieci musei , dopodiché si sarà fatto un’opinione; di leggere i cataloghi e di usare in modo intelligente Internet per documentarsi ulteriormente. In questo modo si sarà creato un mini bagaglio personale. È molto semplice. >>

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