Intervista al prof. Alessandro Campus, docente di Archeologia Fenicio Punica all’università di Roma Tor Vergata

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Intervista di Manuela Vitaliti e Claudia Tozzi. Parlando del suo libro “UTOPIA E DISTOPIA. LA ROMANIZZAZIONE COME FENOMENO DI RESILIENZA”, quando nel 146 a.C. i soldati romani piegano la resistenza cartaginese e distruggono la città, il Nord Africa diventa provincia e l’area controllata da Cartagine entra a far parte della sfera politica, economica e culturale di Roma, che ormai non ha più rivali nel Mediterraneo. Inizia la cosiddetta “romanizzazione” del Nord Africa, con la costruzione di un nuovo modello di vita. Lei nel volume analizza questi processi dal punto di vista delle popolazione autoctone e interpreta la romanizzazione non come una imposizione esterna ma come una scelta di una cultura resiliente, perchè? “Intanto la romanizzazione così come è non esiste, questo è il concetto base, se con romanizzazione noi intendiamo il processo di assimilazione di popolazioni non romane all’interno della cultura romana questo processo non esiste. Storiograficamente romanizzazione è un concetto non molto antico, un inglese agli inizi del ‘900 conia questo termine “romanizzazione”, perché è un fatto fortemente coloniale, colonialistico. Di fatto, come capita spesso, l’archeologia e la storia antica sono usate per giustificare i comportamenti contemporanei…. Io faccio l’archeologo perché mi dà da mangiare, faccio ben altro nella vita, per esempio sono un appassionato di fumetti e di musica blues. Ascolto Kraftwerk – Krautrock – musica elettronica tedesca – Autobahn- MAGMA (un gruppo francese che ha inventato una lingua e una scrittura!) Il mondo non è fatto a compartimenti stagni, l’archeologia è uno strumento per capire il mondo moderno, non solo il mondo antico. La romanizzazione è un concetto che nasce in ambito colonialista, quando gli inglesi stavano occupando l’India, riportare al passato una situazione moderna, la stessa cosa che era successa in nord Africa con la colonizzazione francese. (Come era successo per i berberi moderni e antichi) La romanizzazione è un termine/ concetto comodo come tutti i concetti moderni (romanizzazione della Gallia), ma come si declina questa romanizzazione? Secondo me la romanizzazione è un fenomeno di resilienza, la resilienza è la capacità, termine preso dalle scienze sociali e dalla psicologia, di un gruppo o di una persona di superare un trauma, ad esempio un lutto. Ad esempio stanno facendo degli studi sulla società dopo lo tsunami, ossia che cosa è successo dopo? Come si è comportata la gente? Come l’hanno superato questo trauma? L’hanno superato? Io ho applicato questo concetto e questo termine ad una cultura antica. L’ alternativa era scomparire o continuare ad esistere, ma non come prima. Il trauma delle invasioni romane,  della conquista di nuova gente/ di nuove persone, era scomparire o adattarsi. Ma no adattarsi semplicemente, ma avere la forza di superare il trauma. Nel libro faccio l’esempio della cicatrice (la cicatrice è un fatto positivo, perché il corpo reagisce, il corpo è vivo, perché le ferite che non reagiscono, che non so cicatrizzano sono quelle mortali, quindi la cicatrice è un fatto positivo, non negativo); la romanizzazione intesa come imposizione dall’esterno di usi, costumi ecc non è mai esistita in senso così violento come si immagina ed è un fatto negativo; ma la capacità di una cultura di formulare nuove risposte a nuove domande che si pongono è un fatto resiliente quindi non è un punto di arrivo ma è un percorso. Infatti ci sono vari gradi di romanizzazione. Il problema della romanizzazione è il nome, come sempre, perché la romanizzazione mette al centro Roma…ma quale Roma? Roma non esiste in quanto tale, esiste la cultura romana, che però è diversa a seconda delle aree. Nel libro c’è l’esempio dell’esercito romano. L’esercito romano che dovrebbe essere un fattore di romanizzazione, era invece formato da gente proveniente dall’Iberia, dalle province danubiane, dalla Gallia e dal Nord Africa e ciò si vede dai nomi, quindi non c’era niente di romano. Quindi quale romanità portano? È chiaro che si tratta di una negoziazione tra due culture diverse, finché una cultura riesce a creare neologismi, la cultura è viva perché ha la forza di dare risposte nuove o a domande vecchie oppure risposte nuove a domande nuove, come la cultura greca: Atene si è trovata improvvisamente parte di un impero e non più città stato e non più capitale, ma una delle tante città, non più il centro della produzione della cultura, perché viene spostata da altre parti, però continua la cultura greca, perché è stata una cultura resiliente che è riuscita a dare nuove risposte. La cultura egiziana invece non è stata resiliente, è stata molto di più (mostra di Cleopatra al chiostro del Bramante). Una cultura ha la forza di rendere attuale il proprio passato in una chiave contemporanea a chi produce, che è quello che manca all’Occidente moderno, per questo secondo Campus l’archeologia è un modo di leggere il moderno. Nell’occidente, nel mondo moderno, non riusciamo più a fare questo. L’italiano sta in parte perdendo forza perché sono pochi i neologismi che riusciamo a creare, in quanto preferiamo importare orrende espressioni straniere (come Stepchild adoption o spending review). L’Italia sta perdendo la spinta, avviandosi verso un processo di accettazione passiva e non critica. Per esempio anche nel caso delle statue coperte non c’è stata resilienza. Io lì ci vedo una sorta di senso di colpa dell’Occidente nei confronti dell’Altro (Oriente). Il problema è anche la folle ricerca delle radici europee (le radici cristiane, giudaiche, greche, romane ecc..),ma non si pensa mai al Nord Africa e al vicino Oriente. I più grandi pensatori cristiani per i primi secoli sono stati africani, vedi Tertulliano e Sant’Agostino, e parliamo di “giganti” che non erano di Roma, le vette più alte del pensiero tardo antico. Io ho pochissimi studenti, c’è una scarsa attenzione verso l’Oriente. Una frase famosa di uno dei più grandi semitisti di fine 800 (il primo a scrivere una biografia di Gesù dal punto di vista scientifico e storico) diceva che il semitista è un professore che insegna ad un solo allievo destinato a prendere il suo posto. Il semitista è un professore che non insegna più perché non ha studenti, perché c’è un disinteresse non da parte degli studenti ma da parte delle “istituzioni”.E’ per questo che la semitistica e l’orientalistica stanno morendo. Io mi sono laureato in un materia chiamata Epigrafia Semitica, ho scoperto che esiste questa materia per caso ed ero l’unico allievo. Ai miei tempi la cosa bella era che ognuno poteva studiare qualsiasi cosa. I grandi orientalisti sono italiani; gente come MoscatiTucci che è stato il primo occidentale dopo Marco Polo a passare in certe aree dell’Oriente, arrivando  fino in Tibet. Era inoltre l’unico occidentale con cui il Dalai Lama parlava in tibetano di teologia buddista. È più facile studiare l’archeologia classica, la preistoria che la disciplina orientalistica. Ma perché è “più facile”? Non perché sia più semplice come disciplina, ma perché è la disciplina più vicina a noi, perché noi siamo stati formati nella visione della realtà secondo gli schemi greci e romani, quindi organicità dell’arte classica. Infatti in tutti i libri di storia dell’arte tutto quello che viene prima della Grecia sono le “premesse” e poi comincia la “vera” arte. Non si da la giusta importanza a grandi civiltà come gli Assiri -Babilonesi, i Sumeri…, anche se è vero che l’Italia ha un specificità che in altre parti non c’è. L’Italia è l’unico paese dove c’è un insegnamento dedicato solo alla disciplina di fenicio punico (anche se siamo solo in sette), perché l’archeologia fenicio punica di solito è inglobata nell’archeologia del vicino Oriente o Archeologia Protostorica o in Archeologia delle Province romane. Nel resto d’Europa non si insegna da nessuna parte. L’orientalistica in Italia sta scomparendo di “morte naturale” non di morte “violenta”, di vecchiaia. Sono arrivato a Tor Vergata nel 2010 come ricercatore, l’ultimo entrato nel settore fenicio-punico” Questa marginalità dell’insegnamento dell’archeologia fenicio punica dunque appare quasi “assurda” viste le numerose fonti archeologiche e letterarie che attestano il fatto che la civiltà punica abbia lasciato un segno determinante nella storia di diverse regioni del nostro paese (Sardegna, Sicilia..). “Tutto è riconducibile al folle concetto di “ricerca dell’identità culturale che si forma per confronto”: su che basi dunque si forma questa identità? Religione? Lingua? Si fonda sul presunto fatto di essere autoctoni; è meglio essere autoctoni greci che autoctoni fenici, visti come assassini, persino portatori di anemia mediterranea, truffatori, brutali, condannati anche dalla bibbia. Basta pensare al famoso film “Scipione l’africano”, un film bellissimo, fatto in piena età coloniale fascista. Si ripropongono le vicende di Scipione contro Annibale, rappresentato sporco con una benda sull’occhio… un personaggio orrendo insomma! Il concetto di ricerca dell’identità è così complesso che entrano in gioco tantissimi fattori; e i fenici alla fine si rivelano un’ identità “scomoda” rispetto ai magno greci, anche se alla fine non erano né più né meno “cattivi” di altri popoli” A proposito di usi e costumi ritenuti brutali, la discussione sui tofet è ancora piuttosto aperta…ci piacerebbe conoscere il suo punto di vista da studioso della questione. “I  bambini del tofet sono troppi per essere stati tutti sacrificati secondo me, si sarebbe estinta tutta la prima generazione! La mortalità infantile nel mondo antico era del 70-80% il che significa che 2-3 bambini su 10 avevano speranze di arrivare all’età adulta; a che scopo dunque uccidere anche quei pochi sopravvissuti? Ma al di là di questo il vero problema del mondo classico nei confronti del tofet è l’esposizione della morte; quello del tofet secondo me è un atto pietoso e di grande affetto dei punici nei confronti dei bambini morti. Si trattava di ritualizzare la morte di un bambino molto probabilmente avvenuta naturalmente; di fatto nel tofet si trovano diversi feti. I romani invece nascondevano la morte del bambino, non esisteva neanche il lutto per i bambini morti sotto una certa età (ce lo attestano le Leggi di Numa), così come non venivano fatti funerali pubblici. Per il mondo antico dunque questo atto era inconcepibile. Quello del tofet è un discorso tanto complicato quanto toccante. Esiste un bellissimo articolo scritto in inglese intitolato “Agli antichi importava quando i loro figli morivano?”; apparentemente c’è una forma di distacco. È stata trovata una bellissima iscrizione greca di età tarda in cui si legge che i genitori piangono la morte della figlia dodicenne dicendo che sarebbe stato meglio se fosse morta prima ,così avrebbero sofferto di meno. Quello che dunque viene inteso come atto di crudeltà al contrario è un “dedicare il bambino alla divinità”. Sino a 30 anni fa in Irlanda esistevano luoghi di sepoltura per i bambini senza alcun segno che ne attestasse la presenza; non c’era alcuna scritta, non c’era alcun fiore, e la morte veniva nascosta; addirittura i padri ponevano i corpi dei bambini all’interno di scatole di scarpe e in autobus si recavano in un’area chiamata “Giardino degli angeli”dove ponevano queste scatole e dopo semplicemente si recavano a lavoro. E’ la nostra cultura dunque che è così. Che nel mondo punico ci fossero sacrifici di bambini è sicuro, ma i sacrifici umani erano pratica comune a tante culture. Quello del tofet è davvero un atto di pietà, un segno d’affetto, era un modo per mostrare che c’erano. Una cosa affascinante del tofet è il rapporto verticale verso il basso; io plasmo la mia identità tramite il bambino, che non viene mai nominato nelle iscrizioni, ma viene nominato invece il dedicante. Con le iscrizioni funerarie invece io plasmo la mia identità verso l’alto, perché ipoteticamente sarà stato un figlio a fare l’iscrizione funeraria per il padre. L’archeologia fenicio punica non è difficile perché la materia è difficile in sé, ma perché induce a pensare in modo diverso; gli oggetti sono diversi (che possono apparire anche brutti se vogliamo, agli occhi di chi è abituato all’archeologia classica) ma complessi, ricchi di significato e non meno affascinanti; basta pensare ai numerosi ex voto portati in un santuario in Sardegna per chiedere guarigioni. Anche la lingua è diversa,già il fatto stesso che si scriva da destra a sinistra, è un modo completamente diverso di pensare il mondo; per esempio non ha il presente, ha solo perfetto ed imperfetto. Allo stesso modo questo mio libro non è difficile ma diverso.

Nel discorso sull’identità fatto prima la scrittura è un fatto fondamentale. Vi faccio l’esempio dei Cherokee, i cosiddetti Indiani d’america, una tribù che abitava il sud est degli stati uniti. Verso il 1822 un certo sig. Sequoia (nome Cherokee) ha inventato un sillabario di 86 sillabe poi ridotto a 85 con cui ha scritto la lingua Cherokee. Questa scrittura ebbe grande successo tra i Cherokee stessi ma qualche anno dopo con il Trial of tears “Sentiero delle lacrime” i  Cherokee furono costretti con la forza dai bianchi a spostarsi dal sud est all’Oklahoma. Morirono circa 20mila persone. La cosa incredibile è che tramite la loro scrittura si sono ricordati le cose e hanno cominciato a mettere per iscritto i loro racconti, i loro miti, le loro formule magiche e mediche. Sono stati trovati infatti i cosiddetti Libri di medicina. Paradossalmente la cultura si è rivitalizzata, anziché diminuire la memoria, questa scrittura l’ha aumentata e ha fatto sì’ che continuasse ad esistere.

La memoria è la trama che noi tessiamo per mettere assieme i singoli episodi in maniera chiaramente falsa, fatta giorno per giorno cambiandola volta per volta. Nel momento in cui entriamo in una memoria condivisa allora quella diventa tradizione. Dunque la scrittura Cherokee è servita a creare una tradizione in  base alla memoria basata sui ricordi, e quindi una cultura e un’identità Cherokee.

Nelle isole Hawaii invece è successo l’opposto, la lingua stava scomparendo del tutto; i maestri hanno chiesto così ai bambini di intervistare i nonni facendosi raccontare le cose e facendosi spiegare la lingua. A quel punto sono stati i bambini a scrivere i libri e la grammatica col risultato spettacolare che in 20 anni che la lingua è tornata vitale, e sono stati proprio i bambini ad insegnarla ai genitori!

E’ questo in effetti è mancato nel fenicio, nel momento in cui il punico si è ritirato a livello familiare non essendo più lingua della burocrazia, è morto lentamente. La forza di Roma è stata “imporre la triplice copia” come dico io; di conseguenza il punico si è ritratto a livello familiare e prima è scomparsa la scrittura e poi di conseguenza la lingua”

Autore: Chiara Lo Verme

Sono laureata in Scienze dei Beni Culturali. I miei studi si rivolgono soprattutto al mondo classico greco, romano ed etrusco, con in più una grande passione per l’antico Egitto.

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